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Una poltrona…solo per due: lo scudetto ormai sembra una questione privata tra Juve e Roma.

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IL PUNTO SUL CAMPIONATO

Bianconeri e giallorossi calano un bel poker natalizio sul tavolo da gioco del campionato e staccano il Napoli, mentre l’Inter all’ultimo si aggiudica il derby del Meazza regalando la prima soddisfazione a Tohir. Sulla sponda biancoceleste, dopo l’ennesimo disastro, Petkovic ha ormai le ore contate.

 

La diciassettesima giornata ci ha offerto un bel 8-1 complessivo con cui la prima e la seconda della classe hanno dichiarato al mondo che da ora in poi per lo scudetto sarà volata a due…e intanto alla ripresa ci sarà a Torino la…madre di tutte le battaglie. La truppa del sergente Garcia andrà a far visita alla Vecchia Signora per portarle oro, incenso e mirra che, tradotto in soldoni, vuol dire la segreta speranza di rosicchiarle tre punti dei cinque che ora la distaccano dai bianconeri. Le due partite di ieri non hanno avuto storia, troppa e tanta è sembrata la differenza tra le prime due e…il resto del mondo: otto reti complessive e una sola al passivo, quella dell’Atalanta che fa illudere per un breve lasso di qualche minuto i suoi tifosi. Tra le prime due e le squadre che stanno nella zona a destra del tabellone sembrano esserci due categorie di differenza con un divario tecnico-tattico per ora assolutamente incolmabile. Alla Juve basta semplicemente mettere sul tavolo gli assi di cui dispone…il resto è venuto in automatico con le reti di Tevez, Pogba, Llorente e il solito Vidal.

A Roma invece un magnifico Benatià, autore di una doppietta, un Destro bravo a raccogliere la papera di Frison e un Gervinho, fino a quel momento in credito con la fortuna, condannano  un Catania mai in partita e sempre più a testa in giù nel pozzo senza fine che porta dritti dritti alla retrocessione. Da sottolineare almeno un paio di rigori sacrosanti non dati alla Roma che avrebbero potuto portare il risultato su connotazioni da…Foro Italico.

Il sabato con i suoi anticipi ha visto il solito Napoli dalla copertina un po’ corta sprecare il “bendiddio” di cui dispone là davanti con il solito…”magro spuntino” una difesa a volte imbarazzante, riuscendo alla fine soltanto ad agguantare un sospirato pareggio contro un Cagliari in ottima forma, tra l’altro, in un Sant’Elia ridotto alla capienza di uno stadio di bocce. Un’Udinese corsara raccoglie il guanto di sfida lanciato da  quell’ “onestuomo” del suo allenatore, il primo a offrire la sua testa per l’attuale crisi friulana, andando a vincere sul campo di un sempre più debole e rassegnato Livorno. La Fiorentina continua nella sua marcia trionfale, stile Aida, grazie al goal segnato sul campo del Sassuolo dal suo uomo simbolo: Pablito…ops, Pepito Rossi, un nome, un programma…futuro fatto di tante soddisfazioni per i terribili ragazzi che continuano a divertirsi là dove la storia del calcio ha avuto inizio.

Il Bologna in casa sua si avvale della sua unica punta di… Diamanti vincendo per 1-0 sul Genoa del mago Gasperinus, le cui magie sembrano recentemente essersi un po’ inceppate, mentre la Samp targata Mihajlovic, continua nella sua serie positiva questa volta pareggiando con un Parma di tutto rispetto. La truppa dall’animo ben saldo di Ventura, giorno dopo giorno, acquista sempre di più coscienza dei propri non disprezzabili mezzi e ne rifila quattro al Chievo subendone solo una, interrompendo così la striscia positiva dell’odiato e temuto Corini dall’antico cuore bianconero. La Lazio, dopo l’ennesima figuraccia-disfatta-strage annunciata contro un Verona neo promosso ma dimostratosi di un altro pianeta, piomba nel caos più totale di una crisi ormai senza fondo. Per Petkovic ormai ogni ora potrebbe essere quella buona non per sorseggiare un buon crema e gusto ma per dileguarsi alla chetichella dalla sponda destra del Tevere. Se è pur vero che il disastro di un campionato fallimentare è figlio delle scelte paradossali di una società sempre più in confusione, è altrettanto vero che, se Petkovic ha delle precise colpe per non aver trasformato la famosa fionda che Lotito gli ha messo a disposizione in un… fucile mitragliatore, lo stesso Petkovic non è piombato a Formello dal cielo come un apporto meteorico ma perché qualcuno a suo tempo l’ha fortemente voluto e scelto, sbagliando clamorosamente anche questa  volta.

La Lazio sembra sempre più un coacervo di onesti pedalatori, leggi scarti, raccolti in giro per il mondo, nei limiti in cui altre società hanno, beninteso,  acconsentito a liberarsene a condizioni a dir poco esose. Il mercato della Lazio degli ultimi anni, comprese le relative e presunte pianificazioni/programmazioni  societarie, è desolatamente tutto qui: la società, a parte qualche raro colpo fortunato avvenuto per una serie di coincidenze irripetibili, si è limitata a prendere, accontentandosi, le briciole che il mercato pallonaro è stato gentilmente disposto a concedergli, cioè poco o niente. E questo per tre motivi precisi: la dirigenza laziale pare non avere il necessario peso politico e anche personale per imporsi nelle trattative che contano, trattative che finiscono quasi sempre in un desolante e penoso nulla di fatto. In secondo luogo la coppia Lotito-Tare non sembra avere le necessarie conoscenze e competenze tecniche per operare in modo prolifico e utile in un mercato difficile e astruso come quello del calcio nazionale e internazionale. Dulcis in fundo, sembra, anzi, questa volta è del tutto evidente che la società non ha i mezzi e le risorse adatte e necessarie per guidare in modo competitivo una società di serie A per giunta una società che rappresenta una metà di Roma capitale e con un blasone come quello biancoceleste.

A questo punto, oltre ad un cambio tecnico definitivo e non a mo’ di tampone come si vorrebbe, farebbe onore al Presidente della Lazio, pensare nei prossimi mesi di farsi seriamente da parte, lasciando che altri possano uscire allo scoperto prendendo quello scettro del comando che da troppo tempo ormai appare traballante. Un gesto, questo, estremo ma di un’onestà cristallina che servirebbe anche a riavvicinare quelle centinaia di migliaia di tifosi che da troppo tempo ormai, sfiduciati e incarogniti con una società in cui non si identificano più, si sono ritirati in uno sdegnoso Aventino. La Lazio è una società da rifondare dalle fondamenta ma per farlo occorrono nuovi capitali e nuovi personaggi che siano in grado di restituirle quella dignità che da troppo tempo è sepolta insieme alle speranze di chi ama questi colori. Nel catino del Meazza ieri sera intanto si è consumato l’ultimo ed ennesimo dramma in casa rossonera, con l’Inter che, negli ultimi minuti di fuoco di un derby anomalo e  fino a quel momento sonnolento e prevedibile, sfodera il classico colpo da campione, il colpo di tacco di un Palacio in versione Roberto Bettega, e guarda caso, sempre contro gli stessi colori. Il Milan continua, come la Lazio, a navigare nell’oscuro mare della mediocrità, con la consolazione di avere ancora la chance di giocarsi le sue buone carte in Champion’s, concentrandosi a questo punto nel massimo torneo continentale. Rispetto ai biancocelesti, il Milan ha pur sempre un organico di livello elevato, anzi elevatissimo: quello che manca a oggi è soltanto un assemblatore, leggi, un regista in grado di dare una logica, uno spartito ad una banda di suonatori di livello, fino ad oggi ottimi solisti, ma poco adatti quando si tratta di suonare una sinfonia orchestrale… e nel calcio questo non è un particolare di secondaria importanza.

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Di Roberto Crudelini

Roberto Crudelini
Nato nel 1957. Laureato in Giurisprudenza, ha collaborato con Radio Blu Sat 2000 come autore e sceneggiatore dei Giornali Radio Storici, ha pubblicato "Figli di una lupa minore" con Rubettino, "Veni, vidi, vici" e "Buona notte ai senatori" con Europa Edizioni e "Dai fasti dell' impero all'impero nefasto" con CET: Casa Editrice Torinese. Collabora con Elzeviro.eu fin dalla sua fondazione, nel 2011.

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