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José Primo de Rivera, la sua idea a 77 anni dall’assassinio

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APPROFONDIMENTO STORICO

“L’amor di Patria, non fu mai delitto!”

Primo De Rivera Jr, José Antonio, fu l’ideatore ed il creatore della Falange, partito paramilitare spagnolo che il marchese guidò per tre anni in piena guerra civile. In essa, come da suoi scritti riportati a seguito e tratti dalla rivista Jons del 1934 (numero 16), sono trasfuse tematiche gentiliane e mussoliniane, oltreché influssi socialisti trotzkiani. Lo scorgiamo dando una breve lettura al suo saggio sul nazionalismo, ove egli critica il primitivo e rancido nazionalismo romantico e locale, impuro ed egoista: l’incontrario del sociale, l’incontrario del nazionale. Non ciò però può essere risolto dall’andare a cercare di ridestare un torpore patriottico in un nazionalismo unitario: vincerà sempre l’attaccamento alla terra più piccola a cui siamo legati, non è questa la risposta. La risposta si ravvisa invece nel rivedere e ristudiare il concetto di Nazione, interpretandolo in chiave universale.

SAGGIO SUL NAZIONALISMO, di J.A. Primo de Rivera

LA TESI ROMANTICA DELLA NAZIONELa fede romantica circa la bontà degli uomini è stata la sorella maggiore di un?altra fede sulla bontà innata dei popoli. «L?uomo è nato libero, ma dappertutto si trova incatenato », cosi disse Rousseau. L?ideale di Rousseau portava come conseguenza il ridare all?uomo la libertà e la semplicità native: smontare sino al limite possibile tutta la macchina sociale, che, secondo Rousseau, aveva agito come corruttrice. Sulla stessa linea, andava formandosi anni dopo la tesi romantica della nazionalità. Come la società era una catena per gli uomini liberi e buoni, così le architetture storiche erano un?oppressione per i popoli liberi e schietti. Tanta fretta occorreva per liberare gli individui, quanta per liberare i popoli.

Vista da vicino, la tesi romantica si andava incamminando verso la declassificazione, e cioè verso la soppressione di tutto quello che con lo sforzo (diritto e storia) si era aggiunto alle entità primitive: individuo e popolo. Il diritto aveva trasformato l?individuo in persona: la storia aveva trasformato il popolo in polis, in regime di stato. L?individuo è rispetto alla persona ciò che è il popolo rispetto alla società politica. Secondo la tesi romantica occorreva tornare al primitivo, allo spontaneo tanto in un caso come nell?altro.

L?INDIVIDUO E LA PERSONA Il diritto ha bisogno, quale presupposto della sua esistenza, della pluralità organica degli individui. L?unico abitante di un?isola non è titolare di alcun diritto, né soggetto ad alcuna obbligazione giuridica. La sua attività sarà limitata dalla possibilità delle sue forze. Tutt?al più, forse, dal senso morale di cui disponga. Per quanto concerne il diritto, una simile situazione non è nemmeno immaginabile. Il diritto implica sempre la facoltà di esigere qualche cosa; vi è diritto solo di fronte a un correlativo dovere, ogni questione di diritto non è che una questione di limiti per le attività di due o più soggetti. Perciò il diritto presuppone la convivenza, e cioè un sistema di norme condizionanti l?attività vitale degli individui.Si ricava da qui che l?individuo, puramente e semplicemente, non è il soggetto delle relazioni giuridiche; l?individuo non è che il substratum fisico biologico sul quale s?innesta il diritto per instaurare un sistema di rapporti regolati. La vera unità giuridica è la persona, e cioè l?individuo considerato non nel suo carattere vitale, ma come portatore attivo e passivo delle relazioni sociali che il diritto regola: come essere capace di esigere, di essere costretto, di obbedire e di trasgredire.

L?INDIGENO E LA NAZIONEIn modo analogo, il popolo nella sua forma spontanea non è che il substratum della società politica. D?ora innanzi, per intenderci, converrà usare la parola nazione, volendo significare con essa la società politica capace di trovare nello stato la sua macchina operante. È, con ciò, precisato il tema del presente scritto: chiarire quello che è la nazione: se è la realtà schietta d?un popolo come pensano i nazionalisti romantici, o qualche cosa d?altro che non si determina coi caratteri nativi.

Il romanticismo era aderente al naturalismo. Il ritorno alla natura era il suo motto. Con ciò la nazione venne ad identificarsi con l?indigeno. Quello che determinava una nazione erano i caratteri etnici, linguistici, topografici, climatologici. In ultimo estremo, la comunanza più che il ricordo delle medesime reiterate usanze, non come riferimento ad un processo storico che fosse un punto di partenza od un punto d?arrivo talvolta irraggiungibile.I nazionalisti più pericolosi e disgregatori sono quelli che hanno inteso la nazione in questa maniera. Quando si accetta che la nazione sia determinata dallo spontaneo, i nazionalismi particolaristi guadagnano una posizione inespugnabile. Non vi è dubbio che la spontaneità dà loro ragione. È tanto facile sentire il patriottismo locale. In essa si ritrovano immediatamente i popoli nella giubilante frenesia dei loro canti, delle loro feste, della loro terra. Vi è in tutto ciò come un appello sensuale, che si percepisce anche nell?odore del suolo: un fluido fisico, primitivo, allucinante, un alcunché di simile all?ebbrezza delle piante nel tempo della fecondazione.

TORPORE POLITICOA questa condizione rustica e primitiva, i nazionalisti del tipo romantico debbono la loro eccessiva fragilità. Nulla irrita più gli uomini e i popoli che veder degli intralci sulla via dei loro movimenti elementari: la fame e il fervore ? come ogni cosa analoga appetita dall?oscuro desiderio della terra ? possono, se ostacolati, scatenare le più gravi tragedie. Perciò è un?ottusità opporre ai nazionalismi romantici, attitudini romantiche, destar sentimenti contro sentimenti.

Nel campo affettivo, nulla è così forte come il nazionalismo locale, precisamente perché è il più primitivo e accessibile a ogni sensibilità. Ed in cambio qualsiasi tendenza a combatterlo per mezzo del sentimento, implica il pericolo di ferire le fibre più profonde ? e le più elementari ? dello spirito popolare e di far sorgere violente reazioni tra quelle stesse cose che pretese di far amare. Di ciò abbiamo esempio in Spagna. I nazionalismi locali hanno abilmente posto in gioco le molle primitive dei popoli, là dove si sono prodotte la terra, la musica, la lingua, le vecchie usanze campestri, i ricordi famigliari degli antenati? Una linea di condotta del tutto maldestra ha preteso d?arrestare l?esclusivismo nazionalista, col ferire queste medesime molle: alcuni, ad esempio, son ricorsi allo scherzo contro sentimenti. Nel campo affettivo, nulla è così forte come il nazio-come incivile la lingua catalana.

Non è possibile immaginare una politica più inopportuna: quando si offende uno di questi sentimenti primitivi radicati nel profondo della schiettezza di un popolo, la reazione opposta è inevitabile, anche da parte di quelli meno attratti dallo spirito nazionalista. Si tratta quasi di un fenomeno biologico.Non è stato però molto più abile l?atteggiamento di coloro che si sono sforzati di destare, di fronte al sentimento patriottico campanilista, il puro sentimento patriottico unitario. Sentimento per sentimento, è il più semplice che in ogni caso trionfa. Scendere, col patriottismo unitario, nel campo di quello affettivo, è votarsi alla sconfitta, perché l?attaccamento alla terra, provato con una sensibilità quasi vegetale, è tanto più intenso quanto più è aderente.

IL DESTINO NELL?UNIVERSALECome si può, dunque, rivivificare il patriottismo nelle grandi unità eterogenee? Soltanto col rivedere il concetto di «nazione» per costituirlo sopra altre basi. E qui può servirci di guida quello che si è detto a riguardo della differenza fra «individuo» e «persona». Così come la persona è l?individuo considerato in funzione della società, la nazione è il popolo considerato in funzione dell?universalità.

La persona non è tale in quanto sia bionda o bruna, alta o bassa, dotata d?un idioma o d?un altro, ma in quanto portatrice di talune relazioni sociali regolate. Non vi è persona se non quando vi è un altro, e cioè uno di fronte agli altri, eventualmente debitore o creditore di altri, titolare di situazioni che non sono quelle degli altri. La personalità, quindi, non si determina dall?interno, con l?essere un aggregato di cellule, ma dall?esterno per esser portatrice di relazioni. Nella stessa maniera un popolo non è una nazione per una qualche specie di caratteristiche fisiche, i colori o i gusti locali, ma per esser altro nell?universale, è cioè per aver un destino che non è quello delle altre nazioni. Così non tutti i popoli, non ogni aggregato di popolo è una nazione, ma solo quelli che compiono un destino storico differenziato nell?universale. Quindi sembra esser superfluo il porre in chiaro se in una nazione vi siano i requisiti di unità geografica, etnografica o linguistica; l?importante è invece il chiarire se esista nell?universale un?unità di destino storico.

I tempi classici videro ciò con la loro abituale chiarezza. Perciò essi non usarono mai le parole «patria» e «nazione» nel senso romantico, né gettarono le ancore del patriottismo nell?oscuro amore della terra. Preferirono invece le espressioni di «Impero» o «Servizio del re», e cioè le espressioni attinenti allo strumento storico. La parola «Spagna» che è di per se stessa l?enunciazione di un?impresa, avrà sempre un significato più profondo di quello di «nazione spagnola». E in Inghilterra, che è forse il paese del più classico patriottismo, non solo non esiste il vocabolo «patria», ma si nota altresì che ben pochi sono capaci di separare la parola King (re), simbolo dell?unità operante nella storia, dalla parola country, riferimento al territorio dell?unità stessa.LO SPONTANEO E IL DIFFICILEGiungiamo alla fine del discorso. Solo il nazionalismo della nazione intesa così, può superare l?influenza disgregatrice dei nazionalismi locali. Si deve riconoscere tutto ciò che vi è di autentico in essi, ma si deve altresì affiancargli un risoluto movimento di aspirazione al nazionalismo messianico, che concepisca la patria come una unità storica di destino. È evidente che questo patriottismo è ben più difficile da sentire, ma proprio in questa difficoltà sta la sua grandezza. Ogni esistenza umana ? di un individuo o d?un popolo ? è una tragica lotta tra lo spontaneo e il difficile. 

Allo stesso modo che il patriottismo della terra nativa è sentito senza sforzo e quasi con una sensualità intossicante, è atto umano altrettanto nobile lo svincolarsi da esso per superarlo col patriottismo della missione geniale e pura. Questo sarà il compito di un nuovo nazionalismo: sostituire il debole intento di combattere movimenti romantici con armi romantiche, con la fermezza di? contrapporre alle effusioni romantiche, saldi, imperseguibili e classici concetti storici. Fissare le basi del patriottismo non nell?affettivo ma nell?intellettuale. Fare del patriottismo non un sentimento vago come qualsiasi velleità avvizzita, ma farne una verità fissa, irremovibile come le verità matematiche.

Il patriottismo non si ridurrà per questo ad un arido prodotto intellettuale. Le posizioni intellettuali conseguite in tal modo, nella lotta eroica contro lo spontaneo, sono quelle che poi si fissano più profondamente nella nostra autenticità. L?amore dei genitori, ad esempio, dopo aver superato l?età in cui abbiamo bisogno di essi, è probabilmente di origine artificiale, la conquista di una rudimentale cultura sulla primitiva barbarie. Nello stato di pura animalità, i rapporti paterno-filiali cessavano di esistere, da quando i figli potevano sostentarsi da soli.

Le usanze di molti popoli primitivi autorizzavano i figli a sopprimere i genitori, quando questi, già vecchi, erano un peso economico. Ora, non vi è dubbio su ciò, la venerazione per i genitori è tanto profonda in noi, da apparirci come il più spontaneo degli affetti. Tale è, fra l?altro, il dolce compenso che si prova nello sforzo per divenire migliori; se si perdono godimenti materiali, se ne trovano, alla fine del nostro cammino, altri tanto cari e tanto intensi da invadere la cerchia dei vecchi affetti, estirpati al cominciare dell?opera di elevazione.Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non comprende. Ma anche l?intelligenza ha un suo modo d?amare, che il cuore forse non conosce.  

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Di Redazione Elzeviro.eu

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