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La recita di Mario

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Che fosse emozionato sembra verosimile, visto il continuo incespicare sulle cifre e sui brani del discorso più complessi.
Il Pensiero di Paolo Desogus
Ma al di là della qualità della recita, perché di recita si è trattato, il discorso di Draghi pare improntato a quell’atteggiamento da tanti anni sognato da quegli osservatori che hanno cantato le magnifiche sorti progressive del post-storia neoliberale dominato dal vincolo esterno e dalla governance. Insomma, la recita non solo è mal recitata, ma è anche vecchia.

L’Italia di Draghi è l’Italia in cui tutto è già predeterminato:

l’euro, la posizione geopolitica, l’assetto economico. È il paese in cui il benessere viene indicato come qualcosa a portata di mano: “guardate, è là, lo vedete? Basta un po’ di sacrificio e con serietà e sudore ci arriviamo”. Qualcuno dovrebbe fargli osservare che di sacrificio in sacrificio siamo però arrivati alla situazione attuale, a un paese brutto, deindustrializzato, abbrutito dal risentimento e prostrato dalle sempre più grandi diseguaglianze, tra nord e sud, tra città e provincia, tra detentori del capitale e lavoratori, tra ceti cognitivi e cosmopoliti e ceti popolari subalterni.

Ma nella recita di Draghi non c’è alcuna parola sui conflitti.

Fate un esperimento mentale, provata a prendere il discorso di Draghi e aggiungetegli qua e là dei “ma anche”. Viene fuori il tipico discorso veltroniano in cui si sostiene la necessità di politiche in favore degli imprenditori ma anche dei lavoratori, del privato ma anche del pubblico, del nord ma anche del sud. Insomma, aria fritta, retorica neanche troppo originale per dire che con lui al governo si prosegue il lavoro iniziato negli anni Novanta in cui lo stato è uno strumento del capitale (in molti casi straniero).
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