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Il Cile afflitto da una lunga crisi idrica che permane da anni

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Quello che sta avvenendo in Cile non è solo l’ennesima crisi idrica causata dal cambiamento climatico, ma è la storia del fallimento di un intero sistema economico e amministrativo. Un sistema, in cui la distribuzione irregolare dell’acqua all’interno del territorio, ha portato la nazione a dover fare i conti con le più imprevedibili conseguenze dell’emergenza climatica.

Cambiamento climatico e privatizzazioni

Negli ultimi anni, il cambiamento climatico ha inasprito la varietà climatica di questa terra e lo Stato cileno ha dovuto fronteggiare condizioni di crescente aridità a nord della capitale Santiago, e l’aumento esponenziale delle piogge nella zona oceanica a sud, a cui sono seguite lunghi periodi di siccità.

Le alte temperature stanno sciogliendo i ghiacciai che riforniscono la nazione e le riserve d’acqua potabile iniziano a scarseggiare.

Nel 2020, il Governo ha dichiarato l’emergenza agricola in 6 diverse regioni del territorio nazionale e si prevede che la disponibilità idrica della sola Santiago, dove risiede la metà della popolazione cilena, crollerà del 40% entro il 2070. Intanto, a sud est della capitale, il prosciugamento del lago Aculeo è diventato il simbolo più evidente di questa crisi idrica.

Ad oggi, esistono quattro diversi modelli di privatizzazione delle risorse idriche che prevedono rispettivamente: la creazione di un contratto tra Stato e compagnie private disciplinate dal pagamento di alcune tasse da parte dei privati, concessioni a tempo determinato per il controllo delle risorse, l’affidamento per mezzo di premi alla gestione o la completa privatizzazione dei diritti dell’acqua, della sua distribuzione e del suo trattamento.

L’ultimo tra questi modelli è quello che l’amministrazione di Pinochet scelse di adottare nel Water Code, attualmente ancora in vigore.

Nel corso degli anni Novanta, il modello cileno di gestione dell’acqua divenne famoso come una tra le più estreme forme di politica neoliberista. Secondo il codice del 1981 inoltre, la redistribuzione all’interno del territorio nazionale non dipende da alcuna caratteristica geografica delle regioni ma, ad aree con esigenze climatiche diverse (si rammenti la distinzione tra regioni del Nord e del Sud), è applicato esattamente lo stesso modello di allocazione.

Le conseguenze del “modello cileno”

La carenza d’acqua, sempre più esacerbata nelle zone settentrionali del Cile, ha scatenato duri scontri tra varie comunità di indigeni e agricoltori, contro le compagnie che hanno monopolizzato il controllo degli accessi idrici e che continuano a sfruttare le risorse per aumentare il proprio profitto.

Si tratta perlopiù di imprese estere nel settore dell’estrazione mineraria, dell’agricoltura intensiva o della produzione di energia idroelettrica. Secondo alcuni report, nel 2010, il 90% dei diritti per la gestione dell’acqua era nelle mani di tre sole compagnie, tra queste anche l’italiana Enel: pochi giganti commerciali a spartirsi il sostentamento di quasi 19 milioni di cileni.

La popolazione, stremata dalle regolazioni previste dalla Costituzione dei tempi del golpe, si è organizzata in diversi comitati per la difesa dei diritti dei cittadini, oggi supportati da Ong locali e organizzazioni internazionali.

La convinta e capillare partecipazione popolare in questi comitati ha generato un’onda di mobilitazione dal basso che ha fatto insorgere, più volte negli ultimi anni, la popolazione contro il governo cileno. Un secondo tentativo venne fatto poi negli anni dell’amministrazione Bachelet: nuove revisioni vennero discusse dal Congresso per quasi otto anni ma il progetto di riforma non fu mai approvato.

Nel 2020 però, gli scontri e le proteste cilene

sono passate dalla strada alle urne e la vecchia costituzione è stata abbattuta, con il 78% dei voti, da uno storico referendum costituzionale.

La crisi idrica in Cile non è ancora stata affrontata e l’unica possibilità di risoluzione dell’emergenza risiede nel lavoro della nuova Assemblea Costituente. Quel che è certo è che l’amministrazione di Santiago, risucchiata dall’emergenza climatica e dalle decisioni post golpiste, è stata finora incapace di agire. Il modello cileno di gestione delle risorse idriche ha dimostrato il fallimento di modelli economici squilibrati, non in grado di considerare i fattori sociali, ambientali e culturali che stanno alla base della vita delle comunità.

 

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Di Mattia Mollica

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Studente di Scienze Internazionali dello Sviluppo e della Cooperazione presso l'Università degli Studi di Torino.

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