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Il rapporto diretto tra intelligenza artificiale, Stato e piena occupazione

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Una delle fallacie più comuni in cui cade regolarmente l’uomo è quella di credere di vivere in circostanze eccezionali e senza precedenti. Esattamente come accade nel dibattito sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

di Thomas Fazi

Nessuno pare rendersi conto che in realtà molti dei problemi che ci troviamo ad affrontare non sono che riproposizioni di problemi già affrontati – o quantomeno analizzati – in passato. Il risultato è che finiamo per ignorare gli insegnamenti che potremmo trarre da chi ci ha preceduto, pensando ogni volta di dover ripartire da zero. Per fortuna non è così.

Si prenda il tema dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. È diffusa l’idea che ci si trovi di fronte a una sfida senza pari nella storia del capitalismo, destinata a sfociare necessariamente in scenari tecno-distopici (“saremo tutti disoccupati”) o tecno-utopici (“i robot saranno al nostro servizio e saremo finalmente liberi dal lavoro”) a seconda dei punti di vista.

Due scenari apparentemente opposti, ma in realtà accomunati da una teleologia di fondo, secondo cui la nostra capacità di incidere su questi processi è minima e quindi non ci resta che sperare per il meglio.

 

In realtà, non è di certo la prima volta che le nostre società si trovino ad affrontare dei cambi di paradigma tecnologico: non a caso si parla di quarta rivoluzione industriale. Proprio per questo, può essere utile vedere come esse abbiano affrontato queste “rivoluzioni” in passato.

Prendiamo il rapporto della Commissione nazionale degli Stati Uniti per la tecnologia, l’automazione e il progresso economico, pubblicato più di mezzo secolo fa, nel 1966 – in piena terza rivoluzione industriale. Uno dei compiti affidati alla commissione riguardava proprio le conseguenze sociali dell’automazione, soprattutto in termini di aumento della disoccupazione.

La prima conclusione a cui giunse la commissione già dà da riflettere; essa, infatti, concluse che «l’elevata disoccupazione» – per gli standard dell’epoca – registrata nel decennio precedente e che aveva indotto a creare la commissione, «è stata una conseguenza di una politica pubblica passiva, non la conseguenza inevitabile dell’intensità dei cambiamenti tecnologici».

Ecco la prima lezione che possiamo trarre da quel rapporto: spesso i cambiamenti tecnologici vengono utilizzati da chi sta al potere per giustificare tassi di disoccupazione che in realtà discendono da precise scelte politiche (si pensi alle politiche di “austerità”), operazione in cui vengono avallati dai “critici” del sistema che non si rendono conto di puntellarlo con le loro denunce “sugli effetti dell’automazione”.

Al netto di questa sdrammatizzazione degli effetti delle trasformazioni tecnologiche, di cui faremmo bene a fare tesoro, il rapporto non esclude certo che tali trasformazioni possano un giorno impattare pesantemente sui livelli occupazionali. Ma anche in questo caso le soluzioni che vengono proposte risultano decisamente più “illuminate” di quelle che si è soliti sentire oggi.

In primo luogo si considera che il compito della politica pubblica sia il far sì che l’incremento del potenziale produttivo di un paese abbia, come controparte, un incremento adeguato del potere di acquisto e di domanda globale, attraverso un tempestivo e adeguato impiego della politica monetaria e di bilancio.

«È convincimento unanimemente condiviso dalla commissione – si legge nel rapporto – che la condizione di maggiore importanza per un favorevole adattamento ai cambiamenti tecnologici sia un livello adeguato di reddito globale e di occupazione».

Seconda lezione: le politiche di sostegno alla domanda hanno un ruolo fondamentale nel minimizzare l’impatto delle trasformazioni tecnologiche. Nel contesto italiano attuale, questo vuol dire che una componente importante della disoccupazione potrebbe essere riassorbita per mezzo di politiche pubbliche più espansive. L’automazione non c’entra un bel niente.

Ciò detto, il rapporto riconosce anche i cambiamenti futuri potrebbero effettivamente generare sacche di disoccupazione “strutturale” nel settore privato che non si potrebbero riassorbire neanche per mezzo di politiche di stimolo della domanda.

In tal caso, conclude la commissione, l’autorità pubblica dovrebbe assumere la funzione di “datore di lavoro di ultima istanza“, in grado di ricercare adeguate occasioni di impiego nella vasta gamma dei bisogni sociali insoddisfatti, la cui analisi costituisce una delle testimonianze più impressionanti del rapporto.

Quei bisogni, cioè, che, anche in società economicamente molto progredite quali lo sono quelle occidentali, si manifestano nel campo dell’educazione, della sanità, del miglioramento urbanistico, della tutela del paesaggio, della protezione pubblica. Nella fattispecie, il rapporto indica nell’ordine di svariati milioni i posti di lavoro che si potrebbero creare nel settore pubblico.

La terza e più importante lezione del rapporto è, dunque, la seguente: anche ammettendo un impatto enorme sull’occupazione nel settore privato risultante dai nuovi processi di automazione, non c’è nessun motivo per rassegnarsi ad un futuro di disoccupazione, al massimo attutito da forme varie di sostegno al reddito.

Finché ci saranno “bisogni sociali insoddisfatti” – e oggi basta guardarsi intorno per trovarne ad ogni angolo delle nostre società – ci saranno lavori da fare. Ma questo, appunto, richiede la capacità e la volontà di governare i processi in corso, senza abbandonarsi a letture deterministiche, né in un senso né in un altro.
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