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Il bracciante morto e il cartello del grano

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Brindisi. Bracciante morto di fatica e di caldo. E il sindaco «ferma» i campi.

di Maurizio Blondet

A morire di fatica nei campi, sotto il sole cocente, è Camara Fantamadi, un ragazzo di 27 anni originario del Mali, stroncato da un malore giovedì pomeriggio dopo aver zappato la terra per oltre quattro ore, in una giornata di afa irrespirabile, nelle campagne di Tuturano a pochi chilometri da Brindisi. Era arrivato da poco in Puglia, lavorava la terra per 6 euro all’ora. Il sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, ha vietato il lavoro agricolo durante le ore più calde.

Fintanto che non capiamo che a morire di fatica non è stato un generico “migrante” ma un bracciante agricolo e che tutto questo avviene non per razzismo ma perché si nega la professionalità di un lavoro faticoso e che ha una sua dignità specifica, il problema rimarrà lì inalterato. Con l’aggravante che, con un cadavere ancora da seppellire, i soliti noti metteranno su il consueto teatrino.

Così l’amico Angelo Pulvirenti.

Uno dei dogmi del liberismo

è che la misura dei salari va lasciata alla legge della domanda-offerta, perché più efficiente e morale: premia la produttività. Il “libero mercato” tende a retribuire di più i lavori più produttivi. Se fosse vero, ogni agricoltore medio dovrebbe ricevere un compenso da amministratore delegato.

Nessun settore ha aumentato tanto la “produttività”: quello che un tempo non lontano doveva occupare il 95% dell’intera popolazione, produce oggi un multiplo dei raccolti di allora di allora occupando solo il 5 (in USA il 2%) della forza lavoro. Le carestie di un tempo sono addirittura impensabili.

Chissà com’è invece che nella gran piramide del lavoro quello del contadino – il più necessario resta il meno retribuito. Non solo, è anche il più indebitato, proprio in America dove solo il 2 per cento sfama tutti, Bill Gates e i Rockefeller compresi.

In Argentina gli aratori sono indebitati dalle “Sei Sorelle del Cartello del Grano”, semi-monopoli non quotati in Borsa perché nessuno ne insidi la proprietà (familiare) su uno dei quali in Argentina corre un detto: “Bunge y Born ti vende [a credito] le sementi., ti vende i fertilizzanti, ti vende i pesticidi… e alla fine di vende la corda per impiccarti”.

Anche in Puglia il bracciante nero

(nel 2015 era morta di fatica un’italiana di 49 anni, Paola Clemente) era pagato 6 euro l’ora perché i supermercati che acquistano in blocco, quinti con “mani forti”, per degnarsi di comprare il prodotto impongono prezzi bassissimi, a volte così bassi che conviene lasciare le arance sugli alberi invece che affrontare il costo della raccolta.

Allora i liberisti ti spiegano che ciò avviene perché “c’è sovrapproduzione” (troppa offerta) – allora sì che le “leggi del mercato” si applicano con rigore! – e che il consumatore vuole pagare poco frutta e verdura. Insomma è sempre colpa degli altri, e il coltivatore guadagna meno di tutti ed è obbligato a pagare il bracciante – lavoro che ha una sua dignità specifica, come ben i dice Pulvirenti – con paghe che ne umiliano la dignità.

Quindi, sapendo di dire parole al vento, è evidente la necessità sociale di sottrarre i prezzi agricoli al “mercato libero”. Bisogna che sia lo Stato a compensare quel che manca al bracciante agricolo a condurre la propria vita con dignità, integrando il salario di ciò che il mercato gli nega.

E cosa nega il mercato al contadino?

La parte più importante dell’opera che svolge per il fatto stesso di coltivare e restare sui campi invece di fuggirne: la manutenzione delle campagne, la cura degli alberi, dei fossi irrigui e degli argini e dei boschi, la protezione del paesaggio: lo splendido paesaggio rurale italiano, segno senza eguali di civiltà.

Questo lavoro non viene retribuito dai supermercati. Men che meno dal Cartello del Grano. Sicché risulta che l’immane piramide dei salari, che ai piani alti sono stipendi e principeschi e profitti miliardari, gravano tutti integralmente sul contadino e sul suo ingiusto sfruttamento, “defraudare la sua giusta mercede”. A parafrasare Marx (“La proprietà è un furto”) si dovrebbe proclamare: “il minestrone è un furto”, il furto primario su cui si regge l’economia del benessere. Benessere per gli altri, non per i coltivatore e dunque non per il bracciante.

Il solo lavoro di manutenzione del paesaggio

è il più sofisticato e qualificato che dir si possa. Basti dire che nei secoli bui, quando le campagne centuriate romane furono abbandonate per spopolamento, la pianura padana s’impaludò e si poteva andare dal milanese fino a Venezia in barca.. morendo di malaria. Come dico, questo lavoro non è retribuito. E siccome soddisfa un interesse pubblico, andrebbe pagato dalla cassa pubblica – s’intende se fossimo un paese sovrano con moneta nazionale.

Ovviamente getto parole al vento: non c’è alcun sindacato né partito politico che proponga una soluzione del genere. Né che riesca anche solo a concepirla.

Ci sarà qualche lacrima falsa sul povero immigrato nero – il Sistema non riconoscendo nemmeno che la categoria lacrimosa di “povero immigrato africano” non si adatta ugualmente al bracciante del Mali e allo stregone della mafia nigeriana che uccide e vende cuori per magia nera, che uno merita protezione e accoglienza, l’altro il sospetto pubblico, di polizia.

E’ del tutto impossibile che la dittatura piddina-lgbt sdogani questa differenza cruciale. Spendo queste parole al vento per un futuro, che spero vicino, di rovesciamento dell’Impostura e di Ritorno al Reale.

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