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Colpo di stato in Birmania: l’esercito arresta Aung San Suu Kyi

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Aung San Suu Kyi lo scorso novembre veniva eletta di fatto Capo del Governo birmano dopo la vittoria schiacciante del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia. Il nuovo governo aveva ricevuto il sostegno e l’approvazione di istituzioni internazionali volte alla ‘democratizzazione’ dei paesi in via di sviluppo tra cui le Nazioni Unite. Al contrario, l’istituzione del nuovo governo non era stata accolta da altrettanta gioia nel paese, vista soprattutto dall’esercito birmano come risultato di frodi avvenute alle elezioni legislative. Ad oggi è colpo di stato.


Aung San Suu Kyi

La figura di Aung San Suu Kyi è controversa. Nel 1991 vince il premio Nobel per la Pace per il suo impegno politico e sociale nel paese. In Myanmar è vista come eroe nazionale, mentre in ambito internazionale la sua figura viene spesso collegata al genocidio della minoranza musulmana dei Rohingya e alle dichiarazioni di Suu Kyi in cui lei stessa nega addirittura l’esistenza di tale atrocità.

Dal 2016 in carica come Consigliere di Stato, vince le elezioni legislative nel novembre 2020. Il suo partito vince con l’appoggio di 368 seggi su 434 (42 di questi ancora da assegnare) e da subito incontra la resistenza dell’esercito birmano.

 

USDP

L’esercito in Myanmar rappresenta il principale leader dell’opposizione al partito di Suu Kyi, e vanta un discreto potere dovuto al controllo sui tre Ministri di Interni, Difesa e Confini del paese.
Immediatamente sostiene l’illegittimità del risultato delle elezioni; la vittoria schiacciante dell’LND è la prova di brogli condotti durante le elezioni. I militari del principale partito di opposizione e controllati dal generale Min Aung Hlaing, avrebbero conquistato solamente 24 seggi. Così, a pochi mesi dalle elezioni, il Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione (USDP) fa partite il colpo di stato per mano dell’esercito.

 

Risonanza a livello internazionale

Lo svolgimento del voto è stato definito dagli osservatori nazionali come privo di grandi irregolarità, nonostante queste dichiarazioni l’USPD continua a rivendicare la natura illecita delle elezioni.
La decisione di un colpo di stato ha ricevuto da subito l’attenzione del teatro diplomatico internazionale, con la risposta di decine di ambasciate in giro per il mondo. L’esercito ha dichiarato un anno di stato d’emergenza, interrompendo le comunicazioni telefoniche della capitale Naypyitaw e della città di Yangon. Anche tutte le banche del Paese sono state chiuse, e i servizi prelievi automatici sospesi. Il nuovo governo di Hlaing ha anche provveduto all’arresto, insieme a Aung San Suu Kyi, di numerosi oppositori politici.

Min Aung Hlaing e il suo esercito hanno attirato l’interesse di decine di ambasciate in tutto il mondo, fra cui l’ambasciata degli Stati Uniti e la delegazione dell’Unione Europea.
A tal proposito il neoeletto Segretario di Stato Antony Blinken non ha esitato a rilasciare dichiarazioni, sostenendo:

Chiediamo ai leader militari birmani di rilasciare tutti i funzionari del governo e i leader della società civile e di rispettare la volontà del popolo birmano espressa nelle elezioni democratiche dell’8 novembre,
Sono al fianco del popolo della Birmania nelle loro aspirazioni per la democrazia, la libertà, la pace e lo sviluppo. L’esercito deve immediatamente rivedere queste azioni.

La risposta dell’UE è arrivata su Twitter invece, dove l’Alto Rappresentante Joseph Borrell scrive:

Condanno fermamente il colpo di stato dei militari e chiedo un immediato rilascio dei detenuti. I risultati elettorali e la costituzione devono essere rispettati. Il popolo vuole la democrazia. L’UE è con loro.


A unirsi al coro per la difesa della democrazia anche l’Italia, con la Farnesina che afferma:

L’Italia condanna fermamente l’ondata di arresti in Myanmar e chiede l’immediato rilascio di Aung San Suu Kyi e di tutti i leader politici arrestati. La volontà della popolazione è chiaramente emersa nelle ultime elezioni e va rispettata. Siamo preoccupati per questa brusca interruzione del processo di transazione democratica e chiediamo che venga garantito il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.


La Cina si è invece mostrata più imparziale sull’argomento, sostenendo l’importanza di salvaguardare la stabilità politica. Si è definita come un vicino amichevole e ha espresso la speranza ‘che tutte le parti nel Paese possano gestire adeguatamente le differenze nell’ambito del quadro costituzionale e legale.’

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Di Eleonora Milani

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Tirocinante presso Elzeviro.eu e studente dell'Università degli Studi di Torino.

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