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Come la Lega rischia di espugnare Livorno la “rossa”

La città della scissione del 1921. La culla del Partito Comunista Italiano. Livorno non è un luogo qualunque nell’immaginario collettivo nazionale. Chi ci è nato, cresciuto e chi vi abita lo associa soprattutto al porto, chi invece lo conosce dall’esterno lo identifica soprattutto con il comunismo.

Dopo 70 anni di giunte rosse, il crollo della Stalingrado d’Italia nel 2014 aveva fatto rumore ed aveva lasciato in stato di shock una sinistra convinta di non poter mai perdere qui. Ma il boato di questa inaspettata caduta è stato attenuato dall’orientamento del sindaco e della giunta.

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Il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, eletto con il M5S.

Nogarin, infatti, si è dimostrato essere un grillino culturalmente figlio della sinistra. Probabilmente, questa percezione che del primo cittadino è rimasta nella popolazione nel corso dei cinque anni di amministrazione, ha contribuito a non determinare un “ritorno di fiamma” verso le forze politiche post-comuniste.

Il giudizio sulla giunta a 5 stelle non è positivo in città

e il primo a saperlo è lo stesso Nogarin che ha infatti preferito evitare una quasi certa sconfitta alle urne ed ha preferito correre per il Parlamento Europeo. Ma il caso Livorno può diventare lo specchio di quanto sta accadendo da qualche anno in Italia: il voto popolare si sposta sempre più da sinistra ed “emigra” verso le forze sovraniste.

Un fenomeno che non lascia indenne nemmeno la roccaforte più fedele. Ed ecco, quindi, che per la prima volta nella storia, sull’onda del colpaccio riuscito ai grillini cinque anni fa, Livorno la rossa potrebbe finire nelle mani del centrodestra. E non un centrodestra qualsiasi: una coalizione in cui la Lega di Salvini la fa assolutamente da padrone, con i due alleati (FdI e FI) che guardano a distanza.

Merito dell’accresciuto carisma personale del ministro degli Interni che qui, solamente quattro anni fa, fu accolto a pomodorate. Un contributo importante l’ha dato la capacità della Lega di presentarsi come partito in grado di radicarsi ovunque a livello territoriale, senza pregiudizi ideologici.

E il balzo in avanti del partito di Salvini nella città labronica è evidente: nel 2014, presentatosi in lista unitaria con Fratelli d’Italia, Udc ed altri, era al 4,66%; alle politiche dello scorso anno si attestava al 15,42%. Sotto la guida di Manfredi Potenti, giovane deputato eletto e scelto come commissario politico, il partito si appresta ad un ulteriore balzo in avanti e sogna di espugnare la città in cui nacque il PCI.

L’aria che si respira in città e i sondaggi nazionali

lasciano intendere che questo scenario non è mai stato così possibile. Il caso Livorno è l’ennesima testimonianza di come le forze eredi della tradizione comunista non riescano più ad intercettare il voto popolare e a presentarsi come interpreti delle istanze della popolazione.

Una realtà che si muove attorno al porto,

con lavoratori che non riescono più a fidarsi di partiti che a livello nazionali parlano solo di privatizzazioni, di conti in regola, di rigore fiscale. Per questo, chi proprio non riusciva a votare a destra scelse cinque anni fa di provare un cambiamento con i Cinque Stelle, che però non c’è stato.

Ora, però, qualsiasi barriera ideologica è caduta e quella che fino a poco tempo fa poteva sembrare un’impresa impossibile, diventa una realtà probabile.

Di Francesca Argentini

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