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Santa Sindone: la scienza prova ad addentrarsi nel mistero di Dio.

Gli ultimi sviluppi della ricerca scientifica sulla Sindone di Torino non solo hanno messo in dubbio i risultati della datazione al radio carbonio effettuata nell’88 ma ci confermano che l’immagine con molta probabilità è frutto di un evento prodigioso e ai confini della scienza.

Quando nel 1988 i laboratori che avevano sottoposto la Sacra Sindone di Torino all’esame del radio carbonio diedero l’impietoso responso che essa risaliva in verità al XIV secolo, sembrò che la scienza si fosse presa una clamorosa e definitiva rivincita nei confronti della fede.

A molti, addetti ai lavori e no, quel risultato sembrò comunque strano

e in contraddizione con tutta una serie di fatti incontrovertibili come la traccia sul lino di pollini esistenti in Palestina attorno al I secolo d.C. oltre all’esistenza sullo stesso lino di differenti tracce di sangue sia venoso che arterioso, la cui esistenza non poteva essere conosciuta da un artista vissuto a cavallo tra il 1300 e il 14oo d.C in quanto venne scoperta solo molto più tardi. Lo stesso presunto falsario medievale avrebbe dovuto conoscere il procedimento fotografico con la conseguente formazione del negativo, cosa impossibile nell’epoca stabilita della datazione, inoltre è impensabile che lo stesso artista potesse  conoscere le tecniche olografiche grazie alle quali oggi possiamo vedere al computer un’immagine tridimensionale, quale in effetti è quella sindonica.

D’altronde, qualche anno dopo, lo stesso direttore del laboratorio guida che effettuò allora l’esame al radiocarbonio,

il professor Harry Gove, espresse dei dubbi sulla stessa attendibilità dell’esame di allora: la presunta età radiocarbonica ottenuta nell’88 sarebbe in realtà dovuta ad una miscela del radiocarbonio del lino con il radiocarbonio del rivestimento bioplastico di funghi e batteri presenti in gran quantità nello stesso tessuto e risalenti a periodi storici ben più recenti rispetto all’epoca di Cristo. E’ stato inoltre rilevato che il materiale per l’esame venne asportato da una pezza di tessuto aggiunta soltanto nel XIV secolo, cosa che sembra suggerire più di un dubbio sulla reale  affidabilità di tutta la verifica effettuata ventiquattro anni fa.

E’ stato inoltre appurato, al di fuori di ogni dubbio,

che sul telo non esistono tracce che possano rivelare l’inizio di alcun processo putrefattivo della salma, che di solito avviene dopo circa 40 ore dal decesso, così come si sarebbero dovute trovare se il cadavere fosse rimasto diversi giorni nella tomba. In alternativa non esistono tracce fisiche di alcuna rimozione del cadavere stesso, che avrebbero dovuto rendersi visibili mediante strisciamenti ematici o di fluidi organici visibili e riscontrabili sul lino stesso.

Va anche detto che il cadavere sarebbe in qualche modo “scomparso”

solo dopo un certo numero di ore comunque necessarie affinché potessero formarsi e depositarsi le evidenti tracce ematiche conseguenza del “processo di liquefazione del sangue già coagulato”, così come sostiene lo scienziato italiano Giuseppe Baldacchini, che per anni ha lavorato all’Enea di Frascati. Secondo lo stesso ricercatore, allo stato attuale delle ricerche, non esistono altre ipotesi per spiegare l’impressione dell’immagine sul telo che non siano quelle relative al cosiddetto processo di “annichilimento“. Questo fenomeno, che, tra l’altro, è stato riprodotto a livello subatomico nei laboratori che si occupano di studiare le particelle elementari, è ben conosciuto dagli studiosi della fisica molecolare. Un fenomeno che è stato utilizzato per spiegare quello che successe nei primissimi istanti successivi al “Big Bang” e cioè subito dopo la primigenia formazione dell’universo.

In pratica, in base a questo principio,

una determinata massa, mediante produzione o rilascio di energia, può scomparire fisicamente per riapparire, così come era prima, in un altro luogo, insomma parliamo della possibilità che un corpo fisico possa smaterializzarsi rilasciando appunto una certa quantità di energia. La scienza quindi ci sta dicendo che il lino che ricopriva il cadavere sarebbe passato attraverso il corpo improvvisamente scomparso o, forse, trasformatosi repentinamente in una sagoma trasparente. Solo in questo modo si sarebbe potuta formare l’immagine sul telo, così come la vediamo noi, con il negativo e la tridimensionalità della stessa.

Secondo le parole dello scienziato italiano, per formulare questa teoria lui stesso si sarebbe

mosso quasi ai limiti delle conoscenze attuali

per cercare di

rimanere all’interno delle leggi della fisica conosciute oggi, principalmente la conservazione dell’energia e la non conservazione di alcuni parametri fondamentali nei processi elementari che sono alla base dell’esistenza del nostro universo.

Allo scienziato italiano fanno eco, tra gli altri, anche due ricercatori statunitensi, il prof. Ray Rogers, chimico-fisico del laboratorio di Los Alamos, e il prof. Alan Adler del Western Connecticut State College, che sostengono che l’immagine del telo sindonico si sarebbe formata grazie ad uno “scoppio di energia radiante” che la scienza ancora non riesce completamente a spiegare.

Insomma,

sembra confermarsi l’ipotesi, clamorosa e affascinante al tempo stesso, che vede nel Sacro Lino di Torino, il testimone più impressionante e attendibile della resurrezione descritta dai Vangeli e della conseguente “trasfigurazione” del corpo di Gesù. Una resurrezione che sarebbe potuta accadere comunque all’interno delle leggi della fisica come noi le conosciamo anche se con effetti fisici e visivi ancora non completamente spiegabili e descrivibili. Un’esplosione atomica incandescente molto simile a quella che drammaticamente si verificò a Hiroshima e che si rese palese nell’immagine impressionante dei corpi, un attimo prima di essere inceneriti, impressa sui muri sventrati delle case della sventurata città giapponese, anche se questa, va detto, fu provocata dall’odio dell’uomo e non dall’amore di Dio.

L’ipotesi dell’energia radiante sembra anche stabilire un preciso filo conduttore tra le parole del Vangelo di Giovanni (cap.8 versetto 12) dove lo stesso Gesù dice: “Io sono la luce del mondo. Chi mi segue non camminerà mai nelle tenebre, anzi avrà la luce che da la vita” e quella stessa esplosione di luce che in seguito avrebbe trasportato il corpo di Gesù dalle tenebre del sepolcro alla condizione gloriosa e trasfigurata della vita eterna promessa anche a chi avrà il coraggio e la volontà di credere in Lui.

Di Roberto Crudelini

Roberto Crudelini
Nato nel 1957. Laureato in Giurisprudenza, ha collaborato con Radio Blu Sat 2000 come autore e sceneggiatore dei Giornali Radio Storici, ha pubblicato "Figli di una lupa minore" con Rubettino, "Veni, vidi, vici" e "Buona notte ai senatori" con Europa Edizioni e "Dai fasti dell' impero all'impero nefasto" con CET: Casa Editrice Torinese. Collabora con Elzeviro.eu fin dalla sua fondazione, nel 2011.

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