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Le ultime vittime del politicamente corretto: la volontaria della CRI, l’AfroNapoli e Fusaro

Gramellini, totem del politicamente corretto (e melenso).

I tristi episodi dell’ultima settimana confermano come la discriminazione a parti invertite sia socialmente accettabile. Anche a livello lavorativo.

 

Tempi bui ci attendono alle porte, tempi in cui ad imperversare e dominare sarà l’oscurità. Anzi, l’oscurantismo. C’è poco da rallegrarsi di fronte al clima incandescente che si sta creando attorno al dibattito politico, non tanto per l’asprezza dei toni utilizzati dai nostri rappresentanti, quanto per il contagio che rischia di diffondersi all’interno del tessuto sociale e -novità assoluta degli ultimi giorni- lavorativo.

Si può declinarne l’analisi in milioni di modi e sfaccettature diverse, ma l’assunto di partenza, come conferma la cronaca più fresca, è incontestabile: il pensiero dominante (o unico per chi ha bisogno di slogan più nefasti ed altisonanti) esiste. Quella dottrina incentrata sul politicamente corretto quale unico requisito per giudicare la tollerabilità di un’opinione o l’integrità morale di un individuo, non è più solo una realtà mediatico-accademica, ma è penetrata anche negli ambienti di lavoro.

Totalitarismo perverso e a senso unico

Vista la disinvoltura con la quale si abusa di certi vocaboli come emarginazione, esclusione, apartheid et similia, viene da chiedersi sotto che voce debbano essere classificate le recenti ghettizzazioni dal retrogusto di mobbing, perpetrate sulla base della mera appartenenza politica. I termini snocciolati poc’anzi sarebbero senz’altro appropriati, se non fosse che l’intolleranza endemica che sembra attanagliare questo paese possa essere denunciata esclusivamente a senso unico.

Esiste una gerarchia ben definita nel totalitarismo perverso del pensiero dominante, il quale pretende una formazione rigida, secondo criteri di esclusività: l’appartenente ad una minoranza etnico-religiosa o un attivista per i diritti civili nel ruolo dell’attore ed un autoctono (indifferente che sia realmente un razzista o un semplice conservatore) nel ruolo del convenuto. La discriminazione a parti invertite non è contemplata, né contemplabile. E ne sanno qualcosa sia Concetta Astarita, sia Eleonora Ferri.

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L’AfroNapoli United, squadra di calcio femminile.

La vicenda AfroNapoli

La prima è stata vittima di un paradosso logico con pochissimi precedenti, che ha portato la calciatrice di una squadra -la AfroNapoli– nata con l’intento di sensibilizzare il prossimo sul tema del razzismo e della discriminazione, ad essere stata barbaramente discriminata. La ragazza infatti, rea di essersi candidata nella lista civica di Marano (che insieme alla Lega sostiene Rosario Pezzella come candidato sindaco alle prossime elezioni comunali), è stata messa fuori rosa dal presidente Antonio Gargiulo, che ha dichiarato

“Abbiamo sempre manifestato pubblicamente la nostra contrarietà alle politiche di Matteo Salvini. Quindi il problema ce l’ha la ragazza, non noi”.

Peccato che la scelta di emarginare la Astarita, in pieno spregio verso i propri comandamenti di tolleranza ed integrazione, non sia stata digerita dalle altre componenti della squadra; le calciatrici hanno deciso di scioperare, rifiutandosi di scendere in campo nell’ultima partita di Coppa Campania e manifestare così solidarietà verso la compagna estromessa.

Croce Rossa antileghista

Il secondo caso non ha ancora assunto i connotati del mobbing politico, ma potrebbe esserne solo l’antipasto. Eleonora Ferri, volontaria della Croce Rossa lodigiana da sette anni, nonché consigliere comunale della Lega, ha raccontato come durante un incontro sull’area Socio Sanitaria, l’istruttrice regionale della CRI abbia dichiarato

chi vota Lega qui dentro non ci può stare… visto che a Lodi negli ultimi tempi l’aria che si respira è quella che è (riferendosi all’attuale giunta del Carroccio) chi la pensa così e stasera è qui, forse ha sbagliato posto”.

Fusaro silenziato in modo goffo da Gramellini

Il tutto, avviene a pochi giorni da un episodio di diversa portata e differente contesto, ma che conferma l’elasticità del criterio di tolleranza predicato dai sacerdoti del pensiero dominante: la censura di Diego Fusaro nella trasmissione Le parole della settimana.

E’ fuor di dubbio che il filosofo torinese possa suscitare molte perplessità; dalla venatura complottarda, fino al registro linguistico ridondante ed inutilmente forbito, passando per il sospetto che abbia creato un personaggio volontariamente caricaturale (e che, lui per primo, non prenda sul serio). Tuttavia, la maggior parte degli spettatori ha avuto a che fare, almeno una volta nella vita, con Skype ed i suoi rinomati difetti di connessione, potendo così constatare l’anomalia della dinamica televisiva. Non si è mai visto saltare un collegamento mediante una lenta e graduale riduzione dell’audio, al cospetto di una qualità video intatta e priva di intermittenze. Senza considerare la sospetta prontezza di Gramellini nel proporre un’immediata alternativa nella scaletta del programma.

 

Immunità intellettuale

Il motivo di quello che appare più un dileggio in diretta televisiva, che non una vera censura, non è del tutto comprensibile. L’unica cosa che appare certa, è che alcune mancanze di rispetto ed alcune denigrazioni, come nei casi di cui sopra, siano appannaggio esclusivo di un preciso ordine intellettuale (o forse dovremmo dire confessionale).

Come ha puntualmente sottolineato Marcello Veneziani 

Diego Fusaro avrà tutti gli eccessi verbosi e narcisisti che dite, e saranno pure improponibili i suoi accostamenti tra Marx e la tradizione… chiedo solo una cosa: sarebbe stato ridotto a macchietta, a parodia di filosofo se fosse stato pro-migranti, pro-lgbt, gay, antifascista e antipopulista? Ci sono tanti palloni gonfiati in quel mondo, tra scrittori, femministe, preti ong, ma nessuno li prende in giro né li bullizza, come fanno invece con lui.

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