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Movimento 5 Stelle: ovvero il relitto del primo populismo

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Una manciata di giorni fa il deputato di Italia Viva Marattin è diventato Presidente della Commissione Finanze alla Camera dei Deputati, provocando non poco sgomento tra i sostenitori e anche tra alcuni eletti del movimento 5 stelle.

Non ci dilunghiamo più di tanto per una notizia che ha fatto la fortuna delle pagine web di meme satirici e sulla figura di un personaggio che incarna la tracotanza, l’arroganza e i dogmi del neoliberismo in una maniera addirittura macchiettistica.

Ci limitiamo a ricordarlo mentre negava quanto scritto nel rapporto Gimbe sui tagli nella sanità nel corso degli ultimi anni manipolando maldestramente i numeri, a fronte degli oltre 35.000 morti che l’epidemia di Covid19 ha causato e alle difficoltà del SSN, che pure ha fatto fronte da solo all’emergenza perché il privato ha brillato esclusivamente per la propria assenza.

Ciò che ci interessa mettere a fuoco, e su cui vi chiediamo una riflessione, è il fatto che in un certo senso questo tipo di destino era iscritto nel codice genetico del primo populismo, cui il M5S ha dato corpo, e nello stesso tempo non c’è nulla di che essere contenti di quanto avviene perché le domande, le aspirazioni, i motivi di rabbia e frustrazione che hanno determinato i notevoli successi elettorali del M5S nel 2013 e nel 2018 erano, e sono, in buona parte condivisibili ed in questo modo resteranno del tutto inevasi, lasciando ancora una volta i bisogni delle classi popolari privi di una rappresentanza di questo nome.

Uno dei grandi limiti dei movimenti primo-populistici

consiste nell’aver cavalcato il rigetto nei confronti degli effetti delle politiche neoliberiste senza averne messo a fuoco a le cause e avendo quindi proposto soluzioni fuori bersaglio, infine nell’aver replicato nella proprie strutture organizzative i limiti delle società disintermediate, risultando quindi conformi alla società che avrebbero voluto e dovuto cambiare.

Infatti l’aumento delle diseguaglianze e dell’esclusione sociale non erano effetto di mancanza di capacità o disonestà (che pure è presente) delle classi dirigenti, ma di un lucido disegno antipopolare e classista teso ad ampliare il divario tra le classi sociali.

I pentastellati hanno sollevato una questione di capacità di fronte ad una estremistica ideologia della diseguaglianza, mancando completamente il bersaglio.
Sostituire vecchi decisori con gente presuntamente “competente” o comunque “onesta” non ha quindi cambiato segno alle politiche concretamente messe in opera.

Nello stesso tempo l’illusione di potersi organizzare

e strutturare con i cosiddetti “non statuti”, senza costruire una presenza nella società e nelle realtà lavorative per limitarsi a coltivare l’alienazione su una discutibile pagina web che serve solo ad avallare, con sempre meno partecipazione, decisioni prese altrove, senza insomma costruire nessun livello intermedio di quadri politici che stabiliscano vincoli e legami tra basi e vertici responsabilizzando reciprocamente gli uni e gli altri e formandosi nella complessa opera di gestire il lavoro di collettivi di persone e costruire giorno per giorno progetti politici, hanno messo il M5S e il paese di fronte ad un dato di fatto: se anche avessero voluto cambiare le cose, non avevano formato le persone all’altezza di farlo.

Da qui a farsi andare bene i nemici giurati nei posti chiave, perché tanto non si ha a disposizione alcuna alternativa, è un attimo.
Forse, insomma, la necessità di una divisione grossolana tra un “noi e un voi” secondo una tattica di tipo populista è una necessità che resta ancora ineludibile per costruire rapidamente un buon riscontro elettorale, ma se non si trova alcun modo per ricostruire realtà organizzate e partiti pesanti e strutturati, in senso classico, l’esito micidiale è andare al governo per ritrovarsi ad essere governati da chi invece è ben insediato negli apparati perché conserva una capacità di formare il proprio personale politico.

 

di Nuova Direzione

 

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