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L’uccisione dell’ennesima orsa non gradita

In sedici anni di vita l’orsa aveva avuto due interazioni che non hanno arrecato gravi danni all’uomo.

Nome in codice: KJ2, per non umanizzare. Ordinanza ferragostana, per smorzare le eventuali critiche.

L’abbattimento dell’orsa dal carattere definito “difficile” dagli addetti ai lavori fa riaffiorare l’estivo episodio di tre anni or sono, allorquando l’orsa bruna Daniza venne uccisa non ostante l'”ordine” fosse quello di sedarla. Daniza era madre madre di tre cuccioli, non completamente svezzati.

La prescrizione di Ugo Rossi, presidente della provincia di Trento, di catturare, ma meglio abbattere, l’orsa che aveva aggredito – senza gravi conseguenze – un signore con il cane a seguito il mese scorso, aveva scatenato un’epica caccia all’orso. La gran battuta è stata condotta da trenta forestali ogni giorno, divisi per gruppi di tre, più un veterinario, ed è stata condotta scrupolosamente.

Così scrupolosamente da apparire una caccia francamente sproporzionata, condotta tanto col sole, quanto di notte.
Sabato pomeriggio uno dei trii di forestali (oggi diventati Carabinieri e quindi militari, grazie alla burocrazia snellente e parossistica italiota) è riuscito nell’ardua impresa di avvistare la sedicenne orsa bruna sul monte Bondone, che si erge fra Rovereto e Trento. Identificata con il radiocollare, KJ2 ha ricevuto il piombo in serata. Alle 19,30.

Come per la vicenda di Daniza, dove, ricordiamo, un signore si era appostato dietro ad un tronco per scattare delle foto ai cuccioli dell’orsa (sic), anche qui l’alterco con l’animale selvatico ha inerito un rapporto che, con tutta probabilità, poteva essere evitato con una pronta “girata di tacchi”.

Come per la vicenda di Daniza, le associazioni animaliste come la Lega anti vivisezione e l’Ente protezione animali, hanno depositato un esposto in procura. Si auspica che le indagini che dovranno tenersi possano avere un esito differente da quello della vicenda di Daniza, ossia una placida assoluzione delle autorità.

La politica, che ha reintrodotto dai primi Duemila quell’orso bruno estintosi negli anni Ottanta a causa della conurbazione crescente, non ha ancora trovato le soluzioni adatte per coniugare le esigenze di vita indipendente dell’animale selvatico e il suo rapporto con l’uomo: tanto quello diretto, quanto quello con le coltivazioni.

Il noto progetto Life Ursus, oltre alla discutibile denominazione (in ibridazione, tra inglese latino), denota una necessità di aggiornamento, stante la crescita della popolazione di plantigradi e di interazioni, ancorché, invero, mai letali, con l’uomo.

In Abruzzo, dove c’è un numero di orsi approssimativamente simile ancorché inferiore, e di taglia più contenuta, i problemi sono inferiori, ed i danni causati dall’orso, rispetto a quelli del lupo, sono infinitesimali. Soltanto 73 mila euro, infatti, sono stati riconosciuti ai coltivatori come indennizzo di danni provocati dall’Orso bruno nella Provincia di Trento nel 2016.

Anche questa volta si preannunciano manifestazioni e tensioni nella zona, dove animalisti e cittadini risaliranno le montagne per esprimere il loro dissenso.

In sedici anni di vita KJ2 ha interagito due volte con l’uomo che era andato a disturbarla, ma mai in modo letale. Per questo, comunque, ha trovato la morte. La provincia di Trento così si giustifica: «Abbiamo agito nel rispetto delle procedure, dando la priorità alla sicurezza e all’incolumità delle persone».

Sull’argomento, un riferimento interessante del NatGeo magazine: http://www.nationalgeographic.it/natura/animali/2017/07/26/news/di_orso_non_si_muore_di_vespa_si_-3614594/

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Di Federico Altea

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