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L’Homo migrans uccide Omero

Homo migrans. Sembra questo il destino segnato per l’uomo contemporaneo. Migrans, un participio presente che porta con sé il concetto di perenne continuità. Non più dunque immigrato e quindi stabilmente ricollocato in un altro luogo. Oggi siamo migranti. Dunque soggetti al perenne flusso della globalizzazione, dobbiamo essere preparati a continui ricollocamenti spaziali. Dal conflitto, al cambiamento climatico, alla mancanza di lavoro, i motivi di questi ricollocamenti hanno cause economiche e sociali. Ma l’elemento comune causale è il carattere involontario del ricollocamento.

Globalizzazione totalitaria

Il migrante si sradica non per scelta personale e cosciente, ma per una causa a lui superiore e sulla quale non può avere alcuna voce in capitolo. Per questo si può affermare con ragionevolezza che la globalizzazione ha assunto un carattere ancor più totalitario dei regimi totalitari che conosciamo. Perché globale e slegato ormai dalla stessa volontà umana. Non è più il dittatore e il suo apparato a decidere vita e morte delle persone, oggi è il flusso di denaro e merci. Operazioni speculative possono causare tagli alla produzione del petrolio, che a sua volta causa crisi economica, tensione sociale, guerra civile e appunto ricollocamenti forzati. La condizione migrans rappresenta dunque l’uccisione delle più elementari libertà personali. L’Homo migrans non può essere artefice del proprio destino, se lo stesso viene pilotato da forze inaccessibili a lui.

L’omicidio di Ulisse

Con l’avvento e l’accettazione del concetto di Homo Migrans muore definitivamente l’ideologia insita nel pensiero classico, che trova le sue radici in Omero. Giacché nell’immortale opera del cantore acheo all’homo Migrans si contrappone la figura di Ulisse, Odisseo. Un personaggio “dal multiforme ingegno” che ha sperimentato sulla sua pelle la condizione di “migrans”.Ulisse è stato infatti Migrans per vent’anni, ma sostanziali differenze distanziano la nobile figura dell’eroe dal concetto contemporaneo.

Il viaggio di Ulisse è motivato da una guerra, quella di Troia. Un conflitto, che seppur le dietrologie vorrebbero inquadrarlo come guerra per motivi commerciali (controllo dello Stretto dei Dardanelli), venne condotta per l’onore umano. Da una parte quello di Menelao, privato della propria moglie, dall’altro quello di tutti gli achei, che in caso di vittoria avrebbero ottenuto la gloria imperitura. Un concetto molto più nobile e romantico rispetto alle bombe umanitarie di oggi. Lo stesso Ulisse, inizialmente restio a partecipare al conflitto, ivi otterrà la gloria immortale grazie allo stratagemma del Cavallo.

Il migrans dell’Odissea

Sono però gli altri dieci anni di migrazione, l’Odissea, a rimarcare ancor più la differenza con l’Homo Migrans contemporaneo. Se l’Homo migrans è spinto da necessitas, Ulisse è mosso da curiositas. Un atto forzato contro la libera scelta individuale. Ulisse è sì infatti vittima del Fato e delle divinità avverse, ma è la curiositas che lo porta all’incontro di “nuove forme di vita”. Come la scelta di esplorare l’isola del Ciclope Polifemo e della Maga Circe. Ulisse è dunque responsabilità e rischio, frutto di libere scelte personali.

In sostanza l’essenza umana al cento per cento. L’Homo Migrans non può scegliere. L’Homo Migrans è costretto a scontrarsi con i “Ciclopi” e le “Maghe” di oggi. Vi è poi la differenza, forse quella più sostanziale. Il ritorno. Per vent’anni Ulisse avrà sempre nella sua testa la propria casa, la propria moglie, il proprio figlio. In sostanza le sue radici. Nemmeno una ninfa bellissima e la sua promessa di renderlo immortale faranno desistere Ulisse dal suo anelito di ritorno a casa. Il ritorno per l’Homo Migrans non esiste. Migrante oggi, domani e per tutta la vita.

La cultura classica contro la retorica boldriniana

Se Ulisse ha rinunciato all’immortalità per tornare a casa, oggi il migrans non rinuncia alla vaga promessa di un lavoro sottopagato per sradicarsi del tutto. Così Ulisse può tornare a casa e vendicarsi di tutte le ingiustizie patite dalla sua famiglia per vent’anni. Il migrans invece abbandona del tutto i suoi cari e mai avrà la possibilità di appianare le ingiustizie e vivere una “leggiadra vecchiaia”.
All’estremismo pro Homo Migrans esaltato da Laura Boldrini noi rispondiamo quindi con i versi immortali di Omero: “Ma nella grotta il generoso Ulisse Non era: mesto sul deserto lido, Cui spesso si rendea, sedeasi; ed ivi Con dolori, con gemiti, con pianti Struggeasi l’alma, e l’infecondo mare Sempre agguardava, lagrime stillando.Trovollo assiso Del mar in su la sponda, ove le guance Di lagrime rigava, e consumava Col pensier del ritorno i suoi dolci anni.”

Di Michele Crudelini

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