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Il militarismo femminista come faccia della politica occidentale

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C’è un mito nell’ala femminista della scuola liberale di relazioni internazionali che piace spesso usare e ripetere per portare acqua al proprio mulino. Si crede che, poiché il moderno sistema di potere è costruito da uomini che sono propensi a pensare come soldati (o rivali), il mondo sia condannato a guerre e conflitti.

Ma se il mondo fosse governato da donne, femministe liberali che pontificano sognanti da alti podi e dipartimenti universitari, allora pace e armonia regnerebbero supreme. Dopotutto, le donne non hanno il modo di pensare fallocentrico (come amano dire i postmodernisti) che è caratteristico del sistema patriarcale, ma piuttosto un istinto materno che incoraggerebbe le donne politiche a trattare non solo quelle più vicine a loro con compassione, ma anche tutti gli altri. I fautori di questa teoria stravagante credono che le donne siano più inclini all’empatia, quindi, con il trasferimento di questi sentimenti nelle relazioni internazionali, ci sarebbe la pace nel mondo. Questa teoria, tuttavia, non è in alcun modo confermata dalla pratica.

Mentre la femminilizzazione della società occidentale è chiara – basta ricordare la fotografia del 2014 dei ministri della difesa di Germania, Norvegia, Svezia e Paesi Bassi, che a quel tempo erano tutte donne (come lo erano i ministri della difesa dell’Italia e Albania) – questo ha più a che fare con il degrado della cultura maschile in Occidente. Per inciso, il loro fascino femminile e la mancanza di un modo di pensare fallocentrico hanno costretto l’Ucraina a una soluzione pacifica del conflitto nel Donbass? Affatto.

E quando si parla di politica mondiale

ci sono prove storiche di politici donna che provocano e aggravano i conflitti. Atteniamoci alla Storia recente, tuttavia, e vediamo come queste Amazzoni postmoderne abbiano influenzato le decisioni politiche cruciali.

Inizieremo con l’ex Segretario di Stato americano Madeleine Albright. Fu la prima donna a ricoprire l’incarico e si distinse perseguendo una dura politica estera usando la forza militare. Madeleine Albright è stata direttamente coinvolta nella decisione di bombardare la Jugoslavia ed è noto che ha scelto personalmente gli obiettivi nel Paese dei Balcani. Più tardi, dimostrò apertamente e pubblicamente un odio patologico nei confronti dei serbi.

Condoleezza Rice è un altro esempio emblematico. Ha servito come Consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente George W. Bush tra il 2001 e il 2005. Insieme a Colin Powell, Condoleezza Rice ha sostenuto che l’Iraq aveva armi di distruzione di massa (cosa che si è rivelata una menzogna) e ha insistito sull’invasione del Paese. In molti modi, è stata anche responsabile dell’invasione dell’Afghanistan. Si sa che non era incline pacificamente al Sudan e all’Angola. E dopo aver lasciato l’incarico di Segretaria di Stato, che ha occupato dal 2005 al 2009, ha consegnato le redini a Hillary Clinton, un’altra interventista liberale che ha guadagnato notorietà in tutto il mondo per il suo gioioso “Wow!” Dopo aver scoperto che il leader libico colonnello Gheddafi era stato assassinato.

Sebbene molti considerino Donald Trump

l’epitome della mascolinità, del machismo e di una politica conservatrice che riflette il patriarcato, l’equilibrio di genere nei ranghi dell’industria della difesa americana mostra che c’è stato un drammatico spostamento verso la femminilizzazione da gennaio 2019. E non solo nei ranghi, ma anche nelle alte sfere. I CEO di quattro dei cinque principali appaltatori della difesa americani sono donne.

Marillyn Hewson è presidente ed amministratore delegato di Lockheed Martin, specializzata nella produzione di aerei militari. Phebe Novakovic è presidente e amministratore delegato di General Dynamics. Kathy Warden è stata annunciata come capo di Northrop Grumman (i suoi prodotti principali includono aerei e droni militari, sistemi laser militari e tecnologia missilistica) nel luglio 2018 ed anche la divisione Defence, Space & Security di Boeing è guidata da una donna, Leanne Caret.

Inoltre, Andrea Thompson era Sottosegretario di Stato per il controllo degli armamenti e gli affari di sicurezza internazionale e si è unita al Dipartimento di Stato provenendo dall’esercito americano.

Per inciso, anche quattro vicepresidenti di un altro gigante militare-industriale degli Stati Uniti, la Raytheon, sono donne.

Parecchie occupano anche posizioni di vertice

in diverse agenzie speciali. Anne Neuberger, ad esempio, è a capo della direzione della sicurezza informatica della National Security Agency.

Un fenomeno degno di nota è uno dei candidati alle elezioni presidenziali statunitensi del 2020, Tulsi Gabbard. Oltre a lavorare al Congresso degli Stati Uniti, ha prestato servizio due volte in Medio Oriente ed è un maggiore della Guardia Nazionale dell’esercito delle Hawaii.

Anche Margaret Thatcher, soprannominata “la lady di ferro”, è degna di menzione, ovviamente. Ed è conosciuta non solo per la sua rigida politica estera (la guerra con l’Argentina sulle Isole Falkland e il suo sostegno a una serie di regimi dittatoriali in America Latina), ma anche per il modo duro con cui trattava i suoi concittadini. Ha avviato gravi forme di repressione contro i cattolici nell’Irlanda del Nord, scatenando una spirale di violenza e ha praticamente distrutto il movimento sindacale in Gran Bretagna. La Thatcher sarà anche ricordata per il suo commento: “Non esiste una società”.

Dovrebbero pure essere menzionate la tedesca Angela Merkel e l’attuale presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Ma queste persone sono più in aggiunta al quadro generale.

Quindi, come spiegare questo fenomeno?

La cosa più logica sembra non concentrarsi sul genere, ma riconoscere che entrambi i sessi sono canali per la cultura strategica di popoli e nazioni. Dato che l’imperativo della concorrenza è stato elevato ad uno dei valori più alti in Occidente, con conseguente giustificazione dei conflitti, non importa più se la guerra è condotta da un uomo o da una donna. L’importante è ottenere ciò che si vuole e consolidare la vittoria.

Le teorie femministe e di genere non sono altro che un trucco sofisticato utilizzato per scopi politici. Le richieste dall’Occidente di dare più diritti e poteri alle donne in altri Paesi con tradizioni patriarcali non sono altro che tentativi di minare la cultura organizzativa di quei Paesi e indebolire il loro governo e amministrazione. La Serbia può servire come prova di ciò, in cui il primo ministro in carica è una lesbica dichiarata che è il capo tecnico del governo. Ma i guadagni attesi da questo riconoscimento – in particolare delle migliori condizioni di vita – non si sono concretizzati. Al contrario.

Per quanto riguarda l’archetipo militare

e il coinvolgimento delle donne nei conflitti, la storia dimostra che hanno sempre avuto un ruolo. Ciò è dimostrato dall’articolo “Donne guerriere: 3000 anni nella lotta”, che è stato pubblicato nell’ultima edizione della rivista specializzata Joint Force Quarterly (93) della National Defence University degli Stati Uniti. Cita esempi storici del ruolo delle donne nei movimenti di liberazione nazionale in tutto il mondo e, direttamente, come capi militari.

Ora è noto che le donne partecipano attivamente alle unità militari curde e sopportano tutte le difficoltà del servizio sul campo (o montagna, nel contesto della geografia politica) su un piano di parità con gli uomini. Negli stati islamici come il Pakistan e l’Iran, ci sono molte donne militari e anche parecchie donne ufficiali in vari rami delle forze armate.

Ma la differenza con il personale militare femminile (o con coloro che prendono le armi per difendere la propria patria o per la lotta di liberazione) nei Paesi non occidentali è che hanno poca influenza sulle decisioni relative ad azioni aggressive contro altri Paesi e popoli. Mentre in Occidente, le donne politiche incluse nel processo decisionale potrebbero non tenere mai una pistola nella vita, ma potrebbero essere complici dell’assassinio di migliaia e milioni di persone, giustificandolo con obiettivi umanitari astratti e / o interessi nazionali.

 

Articolo originale di Leonid Savin

Traduzione a cura di Costantino Ceoldo

 

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