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«Trattamento inumano dei detenuti»: Italia condannata

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La Corte di Strasburgo

Una condanna e una proposta con velleità risolutorie.

Giornali e agenzie stampa aprono oggi con la condanna inflitta all’Italia da Strasburgo, per violazione dei diritti umani di alcuni detenuti. Dopo lo sciopero della fame e della sete inverato da Pannella e che ha portato quest’ultimo vicino alla morte, i riflettori sono stati puntati ancora una volta sulle condizioni inumane (così definite dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo) dei detenuti.

Nonostante il Messaggero e altri giornali oggi titolino erroneamente che è l’Unione europea a multare l’Italia, si tratta di una sentenza che giunge dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo, organo del Consiglio d’Europa, che nulla ha a che fare con l’Unione europea. Fatta questa precisazione, la Corte ha disposto il risarcimento, per sette carcerati detenuti nel carcere di Busto Arsizio e Potenza, di danni morali per 100mila euro. (Il Messaggero si è poi corretto… Un errore comunque gravissimo per un quotidiano di sì grande rilevanza).

Abbiamo già trattato il problema del sovraffollamento carcerario, ma oggi qui si vuole tentare di dare una risposta che abbia il retrogusto della soluzione a tale enorme questione che attanaglia la giustizia nel nostro paese, che, ricordiamo, detiene il primato europeo con il maggior numero di sentenze della Corte europea per i diritti dell?uomo inapplicate. L?Italia è maglia nera davanti alla Corte di Strasburgo: nel 2011 è risultato essere il Paese con il maggior numero di sentente inapplicate (2.522 su un totale di 10.689). La maggior parte dei casi è legata alla lentezza della giustizia.

Per quanto riguarda una possibile soluzione, da chi scrive a più riprese proposta, potrebbe essere la privatizzazione delle carceri sul modello americano. C’è stato un tentativo in questo senso, a dire il vero non molto pregnante e non conseguito, dal governo Monti, nell’ambito del pacchetto privatizzazioni. Sappiamo bene che le lobbies italiane hanno posto in essere una levata di scudi che il superMario nazionale, nonostante sia egli stesso fautore di uno scudo, quello crociato, ha fatto un passo indietro.

Come diceva Roger Matthews (del dipartimento di Criminologia della Middlesex University di Londra) nell’ormai lontano giugno del 2002,  la privatizzazione può assumere forme differenti: nel campo della sfera penale, essa investe prevalentemente la gestione della costruzione o di leasing delle carceri, la fornitura di attrezzature e di servizi specializzati. Nel corso degli ultimi tre decenni, queste forme di privatizzazione sono aumentate gradualmente, modificando l?equilibrio fra pubblico e privato.

In Gran Bretagna e in America, quando negli anni ?80 si manifestò la tendenza alla privatizzazione, questa fu accolta con notevole resistenza e scetticismo. C’era l?idea che la privatizzazione non si attagliasse al sistema penale, nonostante questa si fosse già diffusa su larga scala nel settore dei trasporti e delle comunicazioni. Si credeva infatti che la raison d?etre dello Stato fosse l?esercizio del monopolio sull?uso legittimo della forza: di conseguenza lo Stato doveva assumere direttamente il controllo sul crimine e la punizione, e su questo c?era ampia convergenza di opinioni. Tuttavia ci si accorse subito che la crescente estensione delle privatizzazioni non avrebbe risparmiato il sistema della giustizia penale. L?argomento circa l?immoralità del profitto privato ricavato a spese della sofferenza di altre persone fu soppiantato da un altro più pragmatico: la privatizzazione avrebbe portato maggiore efficienza e ridotto i costi.

Inoltre si sosteneva che la privatizzazione avrebbe facilitato l?individuazione delle responsabilità e contribuito a superare la stretta soffocante delle organizzazioni sindacali del personale. Su questo si è aperto un dibattito senza fine, ma il punto che interessa affrontare è se lo sviluppo della privatizzazione abbia contribuito al rapido incremento della popolazione carceraria, negli ultimi anni, e fino a che punto abbia influenzato gli indirizzi delle politiche penali.

Il “complesso industriale carcerario” si articola in tre diverse componenti: in primo luogo gli investimenti nella costruzione di prigioni o nella gestione di diversi tipi di servizi custodiali; in secondo luogo, la prigione di per sé è diventata un?impresa che offre significativi sbocchi occupazionali, specie nelle aree deindustrializzate; in terzo luogo, la prigione è divenuta un luogo di sfruttamento del lavoro dei carcerati, oppure in alternativa il loro lavoro viene appaltato da ditte private.

Le carceri privatizzate costituiscono un’importante fonte di occupazione locale. Fino a circa dieci anni fa, in diverse parti dell?America, gli abitanti erano in genere restii all?idea che si costruisse un carcere sul loro territorio. Ma da allora la situazione è cambiata, le comunità e i politici locali oggi si dedicano attivamente ad un?azione di lobby per avere un nuovo carcere nella loro zona. Infatti, in aree rurali povere o in zone colpite dalla deindustrializzazione, la costruzione di un nuovo penitenziario può essere una fonte importante d?occupazione, sia all?interno del carcere che nell?indotto di servizi per questa nuova industria locale.
È vero infatti che questi nuovi penitenziari possono risollevare delle aree economicamente depresse stimolando l?occupazione locale.

Guardando alla commercializzazione del lavoro dei detenuti, ci sono stati notevoli sviluppi: ad esempio i biglietti aerei della TWA sono stati per anni distribuiti e venduti da una prigione in California, ed i jeans Levi’s sono confezionati in carcere.
I detenuti possono anche essere impiegati da ditte private, sulla base di permessi concessi per il lavoro esterno. Non c?è uniformità nelle retribuzioni, e, nonostante ogni tanto si avanzi la proposta di dare ai detenuti almeno il minimo contrattuale nazionale, le differenze rimangono e il dipartimento penitenziario di solito deduce una percentuale significativa del salario per coprire le spese di vitto e alloggio.
I detenuti delle carceri private, insomma, si pagano vitto e alloggio lavorando e riusciranno eventualmente anche a mettere da parte qualcosa.

C’è però un problema: anche se un certo numero di ditte private cerca di impiegare i detenuti, i settori d?utilizzo del loro lavoro sono limitati da una serie di fattori. In primo luogo i detenuti hanno di solito livelli bassi di istruzione e ridotte competenze; secondariamente, molti di loro hanno una scarsa storia lavorativa alle spalle ed in genere non sono molto motivati; in terzo luogo, i detenuti soggiornano per periodi relativamente brevi in un singolo carcere e sono spesso trasferiti, o perché vengono riclassificati, oppure perché si avvicinano al fine pena.
Perciò i lavori che comportano un lungo addestramento e una specializzazione non si addicono al carcere. Per di più il lavoro forzato è sempre meno produttivo di quello libero e perciò meno competitivo, anche se gli scarsi salari del lavoro carcerario permettono alle ditte private di produrre merci a prezzi competitivi. Tuttavia appare a chi scrive che a questo problema si possa porre rimedio insegnando mestieri di falegnameria e simili che necessitano sì di una formazione base, ma che può essere assunta in pochi mesi.

In generale, ci sono dei limiti all?influenza della privatizzazione sulla crescita della carcerazione. Sembrerebbe che lo sviluppo di un “complesso industriale carcerario” sia servito a consolidare e a “solidificare” un sistema, che peraltro era già in fase d?espansione. Senza dubbio le ditte che hanno rapporti commerciali col carcere impiegano tempo e risorse per fare il loro interesse ed aumentare le quote di mercato, ma non sembra che i privati contribuiscano direttamente all?espansione del sistema carcerario, se non attraverso il “riciclaggio” dei detenuti che non riescono a riabilitare. Allo stesso modo, il crescente coinvolgimento delle comunità locali nell?occupazione collegata al carcere è stato più un prodotto dell?espansione delle prigioni, che una delle cause principali di questa stessa espansione. L?appalto del lavoro dei detenuti alle ditte private è un fenomeno limitato e i vantaggi, sia per il sistema carcerario che per il privato, sono tali che nessuno dei due è motivato ad aumentare il numero di detenuti per alimentare questo processo.
Perciò si può dire che lo sviluppo della privatizzazione abbia avuto un impatto limitato sull?aumento dei penitenziari, anche se sfortunatamente ha favorito uno scivolamento verso una pratica puramente custodiale e un regime più impersonale e automatizzato.

Altri fattori positivi della privatizzazione è che essa ha influito sui livelli di carcerazione e sulla natura delle politiche penali per vie meno dirette e meno ovvie: in primo luogo attraverso l?aumento delle pene da scontare fuori dal carcere, gestite da privati  in secondo luogo attraverso la promozione di nuove tecniche manageriali.
Nell?ultimo ventennio, l?interesse dei commentatori si è concentrato sulla rapida crescita della carcerazione, ma si è prestata minore attenzione all?espansione dei programmi sul territorio e al ruolo dei privati nella loro gestione, nonché nella fornitura di servizi e apparecchiature specializzate.

Se la popolazione carceraria americana è triplicata nel corso degli ultimi venti anni, altrettanto si può dire per le persone coinvolte in pene alternative sul territorio: queste ultime ammontano al vertiginoso numero di tre milioni e ottocentomila. Riveste un particolare interesse in questo sviluppo l?incremento delle cosiddette “sanzioni intermedie” durante gli anni ?90, sia in America che in Gran Bretagna.
Ci sono diverse forme di sanzioni intermedie, comprese la libertà condizionale con un intenso regime di vigilanza, la prestazione di lavoro a favore della comunità locale e il controllo elettronico. Le ditte private sono soprattutto interessate alla fornitura di apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio, ma provvedono anche servizi specializzati, perlopiù servizi e programmi sul territorio rivolti ai consumatori di droghe e ai giovani “a rischio”. L?aumento dei detenuti per reati correlati alla droga ha incoraggiato lo sviluppo di programmi trattamentali che operano come “alternative” alla detenzione, e così si sono sviluppati programmi sul territorio per i giovani, a fine di prevenzione o come alternativa al carcere.

Ma il contributo del settore privato al dispiegamento di un crescente numero e diversificazione delle pene ha alimentato l?espansione del sistema penale e la crescita della popolazione dentro il carcere.
La proliferazione di nuove agenzie e istituzioni ha creato una vasta rete che cattura molti più “pesci piccoli” nel sistema della giustizia penale, e questo può essere visto come un problema, oppure, come ritiene chi scrive, come una condizione di sicurezza maggiore per i consociati.

Freddie

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Di Redazione Elzeviro.eu

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