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L’epilogo più triste: piangiamo la morte di Daniza ricordando altre storie di orsi

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«Esiste un’emozione più forte che quella di uccidere, quella di lasciar vivere.»

(James Oliver Curwood)
 

Quando lessi, grazie alla mia professoressa delle medie, La famosa invasione degli Orsi in Sicilia di Dino Buzzati, ne rimasi davvero scompigliato. Quelle pagine, che superficialmente si ritengono dedicate ai soli bambini, si riferiscono alla storia di Leonzio, re di un popolo degli Orsi che viveva mitologicamente sulle montagne del Granducato di Sicilia. A causa di un inverno particolarmente rigido e del rapimento del figlio, il principe Tonio, ad opera degli uomini per farne un animale da circo, i plantigradi imperversarono nelle pianure, e sconfissero i ben più numerosi uomini in una guerra a palle di neve. La poesia estatica che si lega alle illustrazioni elementari ed alla favoleggiante bontà degli orsi è un qualcosa che mi avvicinò subito a quel mondo remoto dei più grandi tra i plantigradi. Il finale è denso di significato, e lo si può cogliere già, e forse meglio, da bambini: dopo un periodo di convivenza tra esseri umani ed orsi, questi ultimi presero le abitudini degli uomini ed i loro comportamenti si tinsero di invidie e diseguaglianze, il tutto condito da una corruzione prima estranea al mondo animale. Sul letto di morte Re Leonzio chiede agli orsi di abbandonare la capitale del Granducato ove i erano insediati, con i suoi fasti tentatori, e di fare ritorno alla loro patria primigenia: la montagna. Qui gli orsi ritorneranno, e ritorneranno altresì alla perduta pace interiore, rispettando la volontà del re ed allontanandosi per sempre dagli uomini.
Alla Provincia di Trento, che ha disseminato di trappole i boschi e le montagne che hanno fatto da casa all’orsa, poniamo solo una domanda: “E’ la mamma orsa che difende i suoi cuccioli il vero pericolo?”. La realtà è che il vero pericolo è l’uomo, sempre lui. Le mamme italiane oggi piangono la dipartita (violenta) di una di loro (leggi l’articolo di Ilaria Riggio Lopane).

Un’altra lettura che segna nel profondo è quella de L’Orso, di James O. Curwood.
Ambientata nella  fantastica (questa volta nel senso di bellissima) Columbia Britannica, è la storia di un orso grizzly, il quale adotta un cucciolo d’orso rimasto orfano della madre. Questo padre adottivo ed il suo cucciolo vengono però inseguiti per le montagne rocciose da un gruppo di cacciatori. La storia si sviluppa in un racconto denso di emozione. Anche qui (come accaduto quest’estate in Trentino) vi sono incontri tra il grande orso e l’uomo. Anche qui la vera natura dell’orso viene fuori. L’orso che, come Daniza, non divora, ma difende il suo ambiente, il suo cucciolo, la sua stessa natura e che si pone come un punto sulla circonferenza del cerchio della vita ecologica, in netta contrapposizione con l’uomo che si ritiene il centro indiscusso del cerchio medesimo. Questo libro, scritto nel 1916, ci avvicina alla vera natura dell’animale, natura con la quale non si può scherzare e che bisogna ammirare da lontano, nella sua maestosità e con il rispetto e la venerazione che si debbono al suo ruolo. La visione di questo grosso mammifero, che alleva il cucciolo (peraltro non suo) con una tenerezza incomparabile, lascia una commozione viscerale nel lettore.
Si tratta di una storia ecologica (non ecologista), sulla natura (non naturalistica), raccontata peraltro dal punto di vista dell’orso, che narra bene un concetto che ai signori della provincia di Trento, che hanno ammazzato mamma Orsa, non è assolutamente chiaro. Il pericolo di morte era preventivato (la dose di anestetico era passibile di uccidere, e così ha fatto), quindi tratterebbesi di una preterintenzione. Seguiremo attentamente il procedimento legale che le associazioni animaliste sono pronte ad intraprendere.
In natura non esistono concetti come assassinio e vendetta o sentimenti come l’odio. Questi sono stati emotivi infimi e tremendamente… umani.
 

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Di Redazione Elzeviro.eu

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