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L’Arcivescovo, parlando di una “Città che tende a sfilacciarsi”, evidenzia che il modello Torino funziona meno di quanto ci raccontano

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L’omelia in occasione del Santo Patrono, non fa eccezione San Giovanni per Torino, è solitamente dedicata dai Vescovi ad uno sguardo alla realtà della Città.

Ieri, l’Arcivescovo Mons. Cesare Nosiglia ha parlato di una crescente divaricazione tra la Torino “di successo e vitalità” e quella parte, sempre più numerosa, che si ritrova ai margini, se non addirittura considerata “estranea” o “scarto”. Per il suo Arcivescovo, Torino è “una Città che tende a sfilacciarsi tra punte di successo e vitalità e altre che possiedono un tessuto economico e sociale che fatica a reggere la competizione, ma che lotta e guarda al futuro, nonostante tutto, con fiducia. Ma – continua Nosiglia – c’è una crescente parte della popolazione che mi dice: “Per noi in questa città c’è ancora posto?”. E quello che più mi preoccupa e mi fa soffrire in quanto pastore, padre e amico è constatare che sta crescendo l’indifferenza, se non il fastidio, nei confronti di questi fratelli e sorelle che sono in grave difficoltà”. Il successore di San Massimo non lo dice, ma possiamo senza tradirne il pensiero aggiungerlo noi: il “modello Torino”, che ha salotti e cattedre che in gran numero lo esaltano, certo non disinteressatamente, non è così fulgido ed esemplare come lo si vuol far apparire.

Mons. Nosiglia invita ad avere uno “sguardo contemplativo”. Uno sguardo da cui derivare due atteggiamenti. “Il primo è la concretezza del realismo; il secondo, l’operosità della speranza. Messi insieme, i due generano e promuovo fraternità, giustizia, verità. Separatamente, o ci lanciano in uno scoraggiamento senza ritorno, o producono illusioni, in noi e in chi fa più fatica. I numeri della vulnerabilità sono cresciuti perché, più il tempo passa, più gli invisibili che avevano cercato di farcela con le loro forze residue si trovano senza risorse. E nello stesso tempo molti altri cittadini si sono aggiunti a loro ingrossando la già numerosa schiera dei poveri, membri di quell’altra città troppo spesso ignorata o disattesa”.
Non è, quindi, una questione di buonismo. Se n’è visto tanto, spesso a coprire le logiche clientelari nella gestione del gioco della rendicontazione del carrozzone del sociale professionalizzato. Si tratta di guardare alla concretezza delle persone, magari agendo in quelle periferie (utilizziamo il termine in tutta la profondità con cui ci ha insegnato a farlo Papa Francesco) sempre più abbandonate da tutta la politica (di destra e di sinistra) e al più strumentalizzate da estremismi dal fiato corto.

Ha ragione l’Arcivescovo quando indica come via, richiamando le prime conclusioni dell’Agorà Sociale lanciata un anno fa, l’unire le forze in modo orientato, “soprattutto su tre versanti fondamentali: l’educazione, il lavoro e il welfare. Si tratta di realtà intrecciate e strettamente connesse: il “diritto al lavoro”, oggi, significa promuovere un cammino professionale all’interno di un nuovo sistema di sviluppo che colleghi in maniera sempre più stretta formazione e impresa. Allo stesso modo, il welfare non può ridursi al mero intervento – occasionale o assistenziale -, ma ha bisogno di riconoscere e integrare le risorse di quei soggetti sociali che – come la famiglia – sono da sempre il primo motore del “benessere” delle persone”.
Una sfida grande, per tutti gli attori sociali, in primis la politica. Davvero, come ha detto Nosiglia, “è venuto il momento della “politica” intesa nel senso più alto e complessivo del termine”.
E’ il tempo, anche con trasversali rottamazioni e benefiche rotture di consolidati schemi consociativi, che si affaccino nuovi protagonisti per costruire questa politica risposta unitiva. Altrimenti Torino passerà dallo sfilacciamento al definitivo declino.

Marco Margrita
@mc_margrita

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Di Redazione Elzeviro.eu

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