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In Val Susa si è persa l’occasione di una “Grande Coalizione” adatta al giorno e all’ora

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Ci siamo occupati altre volte, su queste colonne, del “caso Valsusa”. Una porzione di territorio che è diventata “laboratorio” di una contrapposizione radicale. Torniamo, mentre in molti dei comuni che la compongono è in corso la campagna elettorale per le amministrative, a scriverne. In riferimento ad un’occasione partita. Non abbiamo la pretesa che questo sia un “saggio adatto al giorno e all’ora” (per richiamare il Thomas Mann de “Federico e la Grande Coalizione”). Più modestamente, l’ambizione è quella, nello spirito di questa rubrica, di lanciare una provocazione utile ad una riflessione capace di andare oltre gli schematismi del tifo.
In Val Susa, dicevamo, in molti Comuni, si vota per la scelta dei nuovi sindaci e per il rinnovo dei Consigli Comunali. Elezioni, evidentemente, sia concesso la scontata battuta, “non comuni”. Infatti, in questa periferia che ha assunto una forte centralità, si sta giocando una sfida che meriterebbe qualcosa in più di strategie di “piccolo cabotaggio”. Davvero qui vale la celebre considerazione degasperiana: “un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione”. Purtroppo c’è stata troppo politicismo identitario.

I principali partiti, che lungo la Dora rischiano di ridursi a cospicue minoranze rispetto al “partito basco” rappresentato dalla radicata rete No Tav, non hanno saputo andare oltre ai piccoli egoismi.
Sarebbe servita, in Valle, qualche timido esperimento c’è stato ma quasi sottobanco, una “Grande Coalizione” fondata su idee di sviluppo e un approccio di buonsenso.
Basta leggere le liste, studiarne minimamente la composizione, per giungere a questa conclusione.

Il Partito Democratico non ha saputo compiere – diversamente da quanto accadde/accade, almeno in sue porzioni, con l’esperienza di “Grande Avigliana” – una netta opzione riformista. Preferendo, in molti casi, non avere “nemici a sinistra” (facendo finta che “di sinistra” possa essere intesa la battaglia regressista dei No Tav). Con grandi colpe (in Valle non è come ci si aspetta che debba essere) di quanti, per giochi di contrapposizioni locali, indossano la casacca renziana.
Ciò che rimane del centrodestra (troppo spesso, in queste terre, sommatoria di feudali controlli correntizi), con la significativa ma troppo piccola eccezione di Susa, ha tristemente pensato di lucrare sulle divisioni delle sinistre (e tra la sinistra e i No Tav, dove si sono registrate) per “vincere ai punti”. Obiettivo, molto plausibilmente, illusorio.

In Val Susa sono saltati gli schemi della “convivenza civile”. L’ideologia ha preso il sopravvento. La “lotta” contro la Torino-Lione è diventato il palcoscenico di un ircocervo protestatario e antagonista: anarchici, autonomi, grillini particolarmente arrabbiati e ogni sorta di vecchio arnese del dissenso (anche cattolico) cercano un po’ di spazio per rappresentare il loro copione. Quanti difendono la “democrazia dei partiti” avrebbero dovuto sapersi unire in tutti i Comuni in “grandi convergenze” capaci di costruire le condizione per vincere l’isolamento e riannodare i fili del dialogo.
Non è andata così. Non sappiamo chi vincerà. Di certo ha perso la politica.

Marco Margrita
@mc_margrita

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Di Redazione Elzeviro.eu

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