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La nuova maglia dell’Italia: il nichilismo che distrugge l’identità

Nel corso della prossima partita di qualificazione per gli Europei 2020, tra Italia e Grecia, la nazionale azzurra scenderà in campo indossando un’insolita maglia verde.

L’ossimoro è già di per se evidente, ove per “nazionale azzurra” si intende evidentemente quella italiana, che proprio in questo colore ha dall’alba del calcio giocato tratto le proprie origini cromatiche.

Risulta invece sufficiente la scelta commerciale di un’azienda che batte bandiera tedesca, la Puma, per fare carta straccia di cento e più anni di storia calcistica di un Paese di 60 milioni di abitanti per riscriverla secondo le leggi di mercato.

La maglia sarà completamente verde

e il tricolore classico a forma di scudetto lascerà spazio ad un incolore contenitore. L’intento biecamente commerciale di questa scelta aziendale, benedetta senza batter ciglio dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio, lo si evince direttamente dallo spot pubblicitario lanciato dalla Puma. Nei pochi secondi di video il calcio e più in generale lo sport non compaiono minimamente. L’ambiente ricorda invece più da vicino quello di una passerella di moda agghindata in maniera discutibile con esempi statuari che dovrebbero, nelle intenzioni, rievocare il Rinascimento italiano. Il risultato all’occhio richiama invece più da vicino l’interno di una villa dei Casamonica, o se vogliamo uno dei divertentissimi video virali di Bello Figo Gu.

Questa alquanto discutibile scelta di marketing sarebbe una innocua ragione di ilarità tra amici del bar, non fosse che tale iniziativa racchiuda in se stessa un’azione volutamente provocatoria. Lo spot non solo pone in maniera sfacciata le ragioni commerciali avanti rispetto allo sport, alla storia e alla comunità nazionale, ma intende cavalcare di soppiatto una precisa corrente ideologica: quella del globalismo e dell’abbattimento delle frontiere.

Il cast multietnico scelto per lo spot

La scelta degli attori dello spot ricade in tal senso

ove la maggior parte di loro appartiene ad etnie le cui origini sono da far risalire ben al di fuori dei confini italiani. Un messaggio subliminale per dire piuttosto apertamente che la nuova Italia deve ripartire dalle nuove generazioni di immigrati. Ed è a questo punto che occorre doverosamente fare una riflessione più profonda circa la gravità di questa vicenda.

Credere che il futuro dell’Italia debba per forza passare attraverso l’integrazione di numerosi immigrati è una legittima ideologia politica. E come qualsiasi tipo di ideologia all’interno di un sistema democratico, per poter essere attuata attraverso l’iter parlamentare del nostro ordinamento, necessita di un semplice quanto doveroso passaggio: il consenso democratico.

Ed è su questo assunto che la strategia aziendale di Puma si smaschera per la sua pericolosità. Perché si tratta di un’azienda privata, per giunta straniera, che si impossessa del simbolo nazionale dello sport più seguito in Italia per veicolare un messaggio squisitamente politico. Dovremmo quindi chiederci: come può concretizzarsi il consenso democratico di cui si parlava, all’interno di un consiglio di amministrazione di una multinazionale con sede a Herzogenaurach (città che un italiano su due non saprebbe nemmeno pronunciare)?

Giacinto Facchetti con indosso la storica maglia azzurra della nazionale

Ancor più inconcepibili dell’ingerenza politica della Puma

risultano poi le dichiarazioni dei progressisti di casa nostra. Quelli secondo cui “Puma è un’azienda privata e può fare le scelte commerciali che vuole”. Il progressista, di nome ma non di fatto, limita la sua analisi critica alla lettura dello statuto aziendale. Eppure la libera scelta commerciale dovrebbe incontrare una qualche forma di resistenza quando in ballo c’è lo sport più seguito di una nazione di 60 milioni di persone.

E soprattutto quando quello sport dovrebbe essere di competenza di un ente, la Figc, che a sua volta si pone sotto la giurisdizione del Coni, a sua volta sotto la sorveglianza della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una catena di poteri pubblici che sembra ormai del tutto passiva rispetto all’influenza di una multinazionale straniera.

E al progressista che difende gli interessi commerciali

dell’azienda occorrerebbe inoltre dare una rinfrescata di memoria sulla reputazione di Puma nel mondo e su come queste strategie di marketing abbiano spesso calpestato i più elementari diritti umani.

Per confezionare un paio di Timberland, vendute in Europa a 150 euro, nella città di Zhongshan un ragazzo di 14 anni guadagna 45 centesimi di euro. Lavora 16 ore al giorno, dorme in fabbrica, non ha ferie né assicurazione malattia, rischia l’intossicazione e vive sotto l’oppressione di padroni-aguzzini. Per fabbricare un paio di scarpe da jogging Puma una cinese riceve 90 centesimi di euro: il prezzo in Europa è 178 euro per il modello con il logo della Ferrari. Nella fabbrica-lager che produce per la Puma i ritmi di lavoro sono così intensi che i lavoratori hanno le mani penosamente deformate dallo sforzo continuo.

Scriveva Federico Rampini su Repubblica nel 2005. Nel 2010 la musica non sembrava essere ancora cambiata e il The Independent titolava così: “Sangue, sudore e lacrime: la verità su come è realizzato il tuo abbigliamento sportivo”, un articolo in cui tra i tanti brand internazionali implicati nello sfruttamento del lavoro minorile si citava ancora una volta la Puma.

La nuova maglia della nazionale italiana è dunque la vittoria del nichilismo aziendale, del profitto ad ogni costo (umano e sociale) sul valore simbolico custodito in una stoffa che rappresenta ancora la comunità di un popolo.

Di Redazione Elzeviro.eu

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