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Eliminazione Under 21: il calcio italiano è davvero fallito?

di Matteo Gabiano

Ricerca dell’alibi e logica della colpa. Quanto tali tratti tipici del nostro sistema valoriale stanno influenzando gli insuccessi dell’ultimo decennio calcistico?

Inutile negarlo. L’Europeo di calcio Under 21 che si sta disputando in Italia rappresentava una grande occasione per tornare a vincere un trofeo che manca alla nostra Nazionale dallo storico trionfo mondiale in quel di Berlino nel 2006. Ma qual è la reale condizione del calcio italiano al giorno d’oggi? Stiamo veramente facendo collezione di fallimenti o, nonostante l’ennesima delusione, c’è un bagliore di speranza?

Proviamo a rispondere a tale quesito a partire da un dato, probabilmente sconosciuto ai più, ma indubbiamente significativo: dal 2010 ad oggi, la Nazionale italiana, maggiore e giovanile (dall’Under 21 all’Under 15), ha disputato 7 finali degli Europei con una percentuale di sconfitta del 100%.

Come interpretare questa evidenza?

Cerchiamo, per una volta, di uscire dalla nostra naturale e italianissima attitudine a impersonare il ruolo di opinionisti ingenui e proviamo a sviluppare una riflessione sociale e culturale.
Prima di dimettersi dal suo incarico, Di Biagio ha affermato come non si possa parlare di vero e proprio fallimento della sua Under. E se avesse ragione? Effettivamente, parrebbe ingeneroso definire fallimentare una spedizione in cui la sua squadra è stata capace di vincere 2 partite su 3, di sconfiggere 3-1 la quotatissima Spagna e di dominare persino nella partita persa contro la Polonia, così come sarebbe sbagliato considerare senza futuro un movimento calcistico che negli ultimi 10 anni ha contribuito al raggiungimento di 7 finali europee.

Il ct dimissionario dell’Under 21 Luigi Di Biagio

 

Eppure è proprio dietro tali considerazioni ottimistiche che si cela uno scenario caratterizzato da ampi margini di miglioramento. Mettiamo da parte la consueta e inutile ricerca di un singolo capro espiatorio e ampliamo la nostra visione focalizzandoci sui tratti tipici della società italiana, su quelle caratteristiche che gli italiani stessi riconoscono di possedere.

Bene, ora proviamo a rispondere con assoluta trasparenza alla seguente domanda:

quanto, sulla base della nostra personale esperienza, la cultura dell’alibi e del “dare il massimo solo quando è necessario” è ancora presente nel DNA di noi italiani e quanto nell’ultimo decennio calcistico questa tendenza ci ha impedito di cogliere la grande occasione pur avendo, almeno potenzialmente, i mezzi per farlo?

Impossibile fornire una risposta oggettiva.

Tuttavia, una spiegazione plausibile alla prematura eliminazione dall’Europeo Under 21, a quel 100% di finali perse negli ultimi 10 anni e ai risultati preoccupanti ottenuti (e non ottenuti) negli ultimi tre mondiali, potrebbe almeno in parte ricollegarsi a una inconsapevole seppur estremamente radicata abitudine a ricercare giustificazioni dinnanzi agli ostacoli o, nei peggiore dei casi, alle sconfitte.

E di giustificazioni in questi anni ne abbiamo sentite tante: dalla condizione fisica non ottimale all’eccessivo numero di partite disputate in un lasso di tempo troppo breve, dalla temperatura ostile alla presunta superiorità degli avversari, passando per l’ormai ricorrente problematica legata alla mancanza di disciplina di alcuni nostri giocatori (emblematica in tal senso è la recente vicenda che vede coinvolti Kean e Zaniolo).

Moise Kean e Nicolò Zaniolo

Uno psicologo statunitense

di nome Edgar Schein definirebbe tali elementi come dei veri e propri assunti taciti della nostra cultura o, usando una terminologia più semplice, dei contenuti disfunzionali che, in ultima analisi, rischiano di limitarci quando siamo chiamati a performare.

La riflessione che ne consegue è: se una squadra dimostra di potersela giocare contro chiunque a livello internazionale, cosa di cui l’Italia ha dato prova persino negli ultimi anni (si pensi, oltre a quest’Under 21, alla Nazionale allenata da Antonio Conte), non dovrebbe essere parimenti in grado di vincere un Europeo in casa o, perlomeno, una finale su sette? E non dovrebbe, per giunta, essere più forte della cultura dell’alibi anziché esserne passivamente schiava?

Cercando di rimanere coerenti con il nostro discorso

non è insensato ritenere che tutti gli amanti dello sport possano essere artefici di una graduale evoluzione socio-educativa: dal comune tifoso al genitore del giovane atleta. Soltanto in questo modo la logica della colpa, del limite, dell’alibi e del fallimento può essere sostituita dalla ricerca dell’opportunità e dalla tendenza al miglioramento continuo. Soltanto in un sistema sinergico e multidisciplinare, in cui ogni figura professionale (dal tecnico al professore di liceo) è nelle condizioni di giocare un ruolo decisivo nella formazione della persona e dell’atleta, il movimento calcistico italiano può risollevarsi.

La disamina in questione si pone in realtà l’intento di veicolare un messaggio ottimistico: quelle riportate rappresentano solo una minima parte delle ragioni per cui, nonostante le evidenti difficoltà, le basi siano buone, soprattutto se consideriamo che delle misure per muoversi in tale direzione sono già state adottate (prima fra tutte l’apertura dei Centri Federali Territoriali).

Tale riadattamento di prospettiva non consisterebbe pertanto nello snaturare l’indole di noi italiani, ma piuttosto nel valorizzare quegli aspetti culturali che, invece, ci hanno sempre elevato e reso vincenti e che negli ultimi anni, nello sport come in altri ambiti, si sono indeboliti. Passione, estro, coraggio, idealismo ed esperienza sarebbero così le migliori armi per difenderci dalla nostra parte più “oscura” e per prevenire il rischio del pressapochismo e della continua giustificazione. Sembrerà banale e riduttivo, ma tanto potrebbe dipendere dalle più semplici azioni quotidiane: dal lavoro di gruppo, dalla cura per il dettaglio, dalla continua pianificazione, dal costante monitoraggio, dalla pazienza e, soprattutto, dall’umile e al contempo ambizioso desiderio di migliorarsi.

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