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THE LOBSTER, quando le relazioni personali diventano coercizione sociale

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Film distopico, fresco di Premio della giuria a Cannes nonché prima pellicola internazionale del regista greco Lathimos.
 

Titolo: The Lobster

Paese di produzione: Grecia, Regno Unito, Irlanda, Paesi Bassi, Francia

Anno: 2015

Durata: 120 minuti

Genere: sentimentale, fantascienza, distopico

Regia: Yorgos Lathimos

Sceneggiatura: Efthymis Filippou, Yorgos Lathimos

Produzione: Film4, Element Pictures, Faliro House Productions, Haut et Court

Distribuzione: Good Films

 

di Ario Corapi e Cécile Ciamporcero

 

Proviamo ad immaginare una società, composta da essere umani comuni mortali come tutti noi, in cui la solitudine è contemplata come un fallimento personale, se non addirittura come un reato punibile, al punto che le relazioni interpersonali devono essere stimolate ricorrendo ai metodi coercitivi. Il giovane regista ellenico Yorgos Lathimos, al suo esordio sul palco internazionale, ci presenta nel suo The Lobster una rappresentazione distopica della società e della socialità degli uomini. Distopico sì, ma neanche troppo ad essere sinceri. Una pellicola, quella di Lathimos, che si è presentata nelle sale cinematografiche europee fresca di Premio della giuria vinto al Festival di Cannes lo scorso maggio.

 

Composto da un cast di livello non indifferente che vede Colin Farrell e Rachel Weisz nei ruoli protagonisti, due personaggi “soli-innamorati-intrappolati” attorno ai quali ruota il significato simbolico contenuto nella trama; ad arricchire ulteriormente il cast stellare troviamo Léa Seydoux, futura Bond Girl in “Spectre“, interprete di un personaggio altrettanto pittoresco: la ribelle, capo del gruppo de “I Solitari”, evasi che non sono stati in grado di completare la “riabilitazione sentimentale” imposta dal governo, soli per regola.

Il vero punto di forza di questo lavoro di Lathimos però è la sceneggiatura: divisa in due parti, dai contenuti originali e per nulla forzata nonostante la prima apparenza, specialmente per quanto riguarda i dialoghi caratterizzati da toni distaccati e macchinosi, che comunque servono a rendere l’idea del contesto in cui la trama è ambientata e quindi di permetterne la comprensione allo spettatore. Inoltre, un contributo percettivo alla trama è dato anche da una scenografia alquanto fredda.

 

La pellicola è pervasa da una linea sottilmente grottesca e da una forte nettezza, riscontrabile nei personaggi (monolitici, volutamente poco approfonditi) ma soprattutto in tanti piccoli dettagli, utili a catturare l’attenzione critica dello spettatore: antonimie chiare, senza sfumature (eterosessuale o omosessuale, solo o in coppia, giusto o sbagliato), spunti ideali per una riflessione a tutto tondo, utile a scardinarci dalla comoda abitudine definitoria, creatrice di etichette, che spesso ci accompagna.

 

@ArioCorapi &
@CecileChevrette

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Di Redazione Elzeviro.eu

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