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La morte del neoliberismo e la rinascita della storia

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Joseph Stiglitz, economista Premio Nobel nel 2001 e decisamente eterodosso rispetto alla pletora di studiosi della sua materia – molti dei quali perfettamente allineati allo status quo ed incapaci di contemplare una progressione che vada al di là delle loro (talvolta finanche religiose) credenze -, ha scritto su Project Sindacate un articolo molto istruttivo.

Un pezzo nel quale ha ripercorso le fallacie dell’impianto neoliberista e le sue negative realizzazioni contingenti, con l’auspicio della sua fine: unico mezzo per la rinascita di un mondo etico.

Per circa quarant’anni, le élite appartenenti tanto ai Paesi ricchi quanto ai Paesi poveri hanno promesso, in pompa magna e con grandi fasti, che le politiche economiche tipiche del neoliberismo avrebbero condotto ad una crescita più rapida, e che per ciò stesso i benefici si sarebbero diffusi a partire dall’alto e sempre più largamente verso il basso di modo tale che tutti – ivi compresi i più poveri – sarebbero stati meglio. Allo stato attuale delle cose, ci sono prove ed evidenze contingenti del contrario, quindi: dovrebbe quindi essere sorprendente il crollo verticale, da parte della popolazione, della fiducia nei confronti delle élite e della democrazia?

Al tramonto della Guerra Fredda – venuto in essere con la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica -, il politologo e scienziato politico Francis Fukuyama scrisse un celebre saggio intitolato La fine della storia? – rispetto al quale, oggi, ha fatto un passo indietro. Un libro nel quale sosteneva che il crollo del comunismo avrebbe eliminato l’ultimo ostacolo che stava separando il mondo intero dal suo destino di democrazie liberali e di economie di mercato. Molte persone furono d’accordo con questa sua prospettiva e previsione.

Al giorno d’oggi, dal momento che noi ci troviamo di fronte ad una progressiva ritrazione e ritiro dell’ordine globale di stampo liberale, basato sulle sue regole – una ritirata caratterizzata dalla presenza di presidenti autocrati e di demagoghi in grado di guidare interi Paesi contenenti in sé oltre la metà della popolazione mondiale -, l’idea di Fukuyama appare quanto mai grottesca, pittoresca ed ingenua. Tuttavia, essa ha profondamente rinforzato la dottrina economia neoliberista, che ha prevalso nel corso degli ultimi quarant’anni.

La credibilità della fede, esercitata dal neoliberismo, nei confronti dei mercati senza alcun ostacolo, interpretati come la via più certa ed efficace per raggiungere la prosperità, nei tempi odierni è appesa ad un filo: è in fin di vita. E ciò si configura come un bene insindacabile.

Il simultaneo declino della fiducia verso il neoliberismo e verso la democrazia non è una mera coincidenza, od una semplice correlazione. Il neoliberismo medesimo ha minato le basi e la solidità della democrazia per quasi mezzo secolo.

La forma di globalizzazione prescritta dal neoliberismo ha portato sia i singoli individui sia le intere società di cui essi fanno parte ad essere incapaci ed a mancare degli strumenti per controllare una parte fondamentale delle loro esistenze e del oro destino. Lo ha spiegato brillantemente Dani Rodrick, professore all’Università di Harvard, ed in sua compagnia io stesso, nei miei recenti saggi Globalization and Its Discontents Revisited e People, Power and Profits.

Gli effetti della liberalizzazione del mercato dei capitali sono stati particolarmente odiosi e pesanti per la gran parte di tutte le popolazioni mondiali: se un candidato alla presidenza di un Paese in via di sviluppo e pronto ad emergere avesse perduto il favore di Wall Street, allora le banche avrebbero ritirato i loro soldi ed i loro investimenti da quella stessa nazione. Gli elettori quindi, per tutti questi anni, hanno dovuto affrontare una scelta semplice, binaria: arrendersi a Wall Street ed al sistema internazionale delle borse e della finanza, oppure affrontare una grave crisi finanziaria. Wall Street, effettivamente, ha perciò avuto più potere dei cittadini medesimi, (ipoteticamente) detentori ultimi del potere democratico (così svuotato).

Massima di Vladimir Lenin estratta dalla sua lezione “Sullo Stato” tenuta l’11 luglio 1919 all’Università di Sverdlov, e perfettamente applicabile alla contemporaneità, dove il “dominio dei mercati” ha svuotato la politica di forza e contenuti
Massima di Vladimir Lenin estratta dal suo Libretto Rosso, e riguardante la lotta di classe (oggi traslitterata allo scontro fra élite finanziarie e popolo) interna ad una democrazia

Anche nei Paesi ricchi, ai tutti i normali ed ordinari cittadini è stato detto:

«Non è possibile perseguire le politiche che voi desiderate» – che si trattasse di un’adeguata protezione sociale, di salari dignitosi, di una struttura fiscale a tassazione progressiva, di un sistema finanziario ben regolato, e così via – «perché altrimenti il Paese perderebbe competitività, i posti di lavoro scomparirebbero, e tu quindi ne soffriresti».

Tanto nei Paesi ricchi quanto nei Paesi poveri, le élite hanno promesso che le politiche aderenti al sistema di pensiero del neoliberismo avrebbero assicurato una crescita economica più rapida, e che i benefici da essa derivanti si sarebbero diffusi a tutta la popolazione con un percorso dall’alto verso il basso (“Trickle-down economics“), anche ai più poveri, giovando quindi a tutti. Tuttavia, esisteva una condizione da soddisfare assolutamente imprescindibile, in questa logica: i lavoratori avrebbero dovuto accettare salari più bassi (ed anche miserrimi), e tutti i cittadini avrebbero dovuto sopportare importanti tagli alla spesa pubblica ed agli investimenti governativi.

Le élite hanno affermato che le loro promesse erano basate su modelli economici scientifici e su «ricerche basate sull’evidenza contingente dei fatti». Ebbene, dopo quarant’anni di applicazione delle loro politiche economiche, i numeri sono chiari ed evidenti a tutti: la crescita ha subito un brusco rallentamento, ed i pochi frutti di questa crescita sono stati indirizzati in maniera massiccia verso una piccolissima parte della popolazione, ovverosia quel già ridottissimo numero di persone ai vertici della società. Nel frattempo che i salari sono rimasti stagnanti per anni, il mercato azionario è salito alle stelle, e nel complesso il reddito e la ricchezza sono aumentati ai succitati vertici, invece di essere distribuiti verso il basso.

Emblematica rappresentazione della “Trickle-down economics” nella teoria e nella realtà

A ben rifletterci, in che modo la moderazione salariale – attuata per raggiungere o per mantenere la competitività – e la riduzione della spesa nei programmi dei vari governi potrebbero permettere il raggiungimento di un benessere collettivo e diffuso? I cittadini comuni hanno percepito (e percepiscono) di essere stati venduti nel nome della ricchezza esagerata di pochi. Ed avevano (ed hanno) ragione a sentirsi truffati.

In questo periodo storico, stiamo vivendo le conseguenze politiche di questo grande inganno: sfiducia nei confronti delle élite, della “scienza economica” sulla quale si sono basate le pluridecennali asserzioni e convinzioni del neoliberismo, e del sistema politico corrotto dal denaro che ha reso possibile tutto questo, senza opporvi resistenza.

La realtà è che, a dispetto del suo nome, l’era del neoliberismo è stata tutt’altro che liberale. Essa ha imposto, infatti, un’ortodossia intellettuale i cui guardiani, alfieri e sentinelle sono stati brutalmente e profondamente intolleranti nei confronti del dissenso. Gli economisti con una visione eterodossa sono stati trattati come eretici da evitare, od al massimo sono stati deviati ed indirizzati verso delle istituzioni di secondaria importanza e per ciò stesso innocue.

Il neoliberismo ha presentato e presenta tuttora una qual certa somiglianza verso la “società aperta” che Karl Popper aveva sostenuto ardentemente. Come ha sottolineato lo speculatore George Soros, Popper ha riconosciuto che la nostra società si configura come un sistema complesso ed in continua evoluzione, dove più impariamo, più la nostra conoscenza progredisce in qualità e quantità e così cambia il comportamento del sistema.

La macroeconomia è il luogo dove maggiormente questa intolleranza mostra tutta la propria (ipocrita) forza: infatti, in essa i modelli prevalenti avevano escluso la possibilità che venisse in essere una crisi come quella del 2008, che invece si è puntualmente verificata.

Quando l’impossibile è successo, esso è stato trattato come se fosse stata un’alluvione con tempistiche e cadenza di mezzo millennio – ovverosia, un evento strano ed eccezionale che nessuno, in nessun modo, avrebbe potuto prevedere.

Ancora oggi, i sostenitori di queste teorie si rifiutano con forza di accettare che la loro fiducia incondizionata nell’auto-regolamentazione dei mercati e che il loro licenziamento delle esternalità come semplicemente non-esistenti o non importanti hanno condotto a quella deregolamentazione che è stata il cuore pulsante della crisi. La teoria continua a sopravvivere, con tentativi tolemaici di adattarla ai fatti: il che attesta un fatto ineludibile, cioè che le cattive idee, una volta imposte, spesso hanno una morte lenta.

Se la crisi finanziaria del 2008 ha fallito nel farci capire che i mercati senza limiti e senza restrizioni non funzionano, quantomeno la crisi climatica (e la relativa possibilità di applicare investimenti consequenziali) dovrebbe invece farci comprendere una realtà semplice: il neoliberismo potrebbe letteralmente mettere fine alla nostra civiltà. Tuttavia, è anche chiaro che i demagoghi con la brama di far sì che noi volgiamo le spalle alla scienza ed alla tolleranza non potrebbero che peggiorare la situazione.

L’unico itinerario da percorrere, l’unica strada per salvare il nostro pianeta e la nostra civiltà è la rinascita della storia. È nostro compito, in questo senso, ridare nuova linfa e nuova vita ai principi dell’Illuminismo e raccomandarci di rispettare i suoi valori di libertà, rispetto per la conoscenza e democrazia.

Articolo originale di Joseph Stiglitz su Project Syndacate – Traduzione a cura di Lorenzo Franzoni

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Di Lorenzo Franzoni

Lorenzo Franzoni
Nato nel 1994 a Castiglione delle Stiviere, mantovano di origine e trentino di adozione, si è laureato dapprima in Filosofia e poi in Scienze Storiche all'Università degli Studi di Trento. Nella sua tesi ha trattato dei rapporti italo-libici e delle azioni internazionali di Gheddafi durante il primo decennio al potere del Rais di Sirte, visti e narrati dai quotidiani italiani. La passione per il giornalismo si è fortificata in questo contesto: ha un'inclinazione per le tematiche di politica interna ed estera, per le questioni culturali in generale e per la macroeconomia. Oltre che con Elzeviro.eu, collabora con il progetto editoriale Oltre la Linea dal 2018 e con InsideOver - progetto de il Giornale - dal 2019.

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