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Il sovranismo italiano e la nuova arte della guerra

Tradurre in italiano l’opera dello scienziato politico russo Leonid Savin Couching & conflicts è stata per me un’esperienza che ha suscitato emozioni contrastanti.

di Costantino Ceoldo

Se da un lato infatti uno deve necessariamente affrontare opere simili per arricchire il bagaglio delle proprie conoscenze e la propria capacità di capire il mondo che lo circonda, dall’altro si espone al rischio, tutt’altro che meramente potenziale, del disincanto nello scoprirsi gabbato da coloro in cui riponeva fiducia: questo è quello che mi è successo, quando le miserevoli vicende della politica italiana si sono mescolate nello scorso agosto 2019 ai miei sforzi di tradurre il capitolo dedicato al Maidan ucraino.

Couching & conflicts

tratta della teoria che attiene alla “nuova arte della guerra”, che è anche il titolo dell’edizione italiana: non solo informazione e disinformazione come vengono generalmente intese ma anche, tra l’altro, l’insieme dei metodi con i quali una Nazione può essere colpita economicamente e socialmente attraverso la manipolazione della sua economia sui mercati internazionali, così da favorire un cambio di governo (o “regime”, per usare un termine che fa tanto cattivi antidemokratici).

Da tali manipolazioni alle tristemente note rivoluzioni colorate, magari seguite da un intervento militare esterno, il passo può non essere proprio immediato ma permane comunque tragico: Libia docet, direbbero i latini, e così pure la Siria anche se proprio contro i leoni di Damasco il meccanismo si è inceppato mostrando i suoi inevitabili limiti.

Leggendo e traducendo il libro di Savin

mi sono fatto l’idea che i grandi burattinai del nostro tempo, gli Stati Uniti d’America ottusamente fermi nella loro illusione di vivere ancora in un mondo squisitamente unipolare, siano riusciti nel compito al contempo folle e visionario di trasformare le idee generiche sulla guerra di Sun Tzu in un manuale operativo da campo.

Il mondo di Sun Tzu è bidimensionale, come lo sono tutti quelli agricoli e atecnologici: in esso non esiste un’arma aerea che possa essere dispiegata contro il nemico né sono possibili ricognizioni nei cieli di uno Stato nemico per ottenere informazioni preziose o disturbare le sue comunicazioni. In un tale mondo non esistono nemmeno i computer, internet e le reti informatiche che hanno permesso la diffusione di un diverso tipo di reti, quelle sociali, che trovano ai giorni nostri ampia applicazione nel contesto di cui si parla.

Sun Tzu riteneva che il miglior guerriero

sia quello che vince una battaglia senza doverla combattere per davvero. Ma questa convinzione, che oggi si è così tanto ben radicata in certi ambienti da generare addirittura concetti come quello di guerra neocorticale, proveniva da una persona che aveva comunque combattuto con la spada in pugno e quindi conosceva la guerra non solo per sentito dire ma anche nel fetore del sangue versato, nelle mutilazioni e nelle ferite infette, nelle grida di rabbia e disperazione, negli uomini che si sporcano per la paura e il terrore.

Sun Tzu cercava di vincere senza arrivare allo scontro aperto ma non rifiutava la necessità di brandire le armi e porsi alla testa di un esercito.

Gli americani che, per abbattere governi che a loro non piacciono perché non obbediscono ai loro voleri, fanno un uso disinvolto di certe teorie sociali (il gender e le politiche identitarie) e di certe pratiche belliche (l’impiego di miliziani islamici imbevuti di odio religioso come fanteria sacrificabile sul campo) finiscono inevitabilmente per pagare il prezzo delle loro scelte scellerate nel momento in cui la loro società e l’intero Occidente manifestano sempre di più i segni di una evidente decadenza morale, umana e materiale, che lascia presagire più una fine tipo Sodoma e Gomorra che un futuro radioso di pace e prosperità.

Non posso che condividere l’auspicio di Savin

che il suo libro possa costituire una “cassetta degli attrezzi” per tutti coloro che vogliono davvero capire i mutamenti del nostro tempo e magari dotarsi di quegli strumenti utili non solo per resistere ma anche per invertire il processo distruttivo o almeno lenirlo in parte.

È stato quindi un piacere trovare nella piccola ma coraggiosa Idrovolante Edizioni e nel loro responsabile per l’editoria, Daniele Dell’Orco, una sponda sensibile a queste speranze: quella che segue è la mia breve intervista con Dell’Orco sia sulla natura di Idrovolante Edizioni sia sul motivo che ha permesso la pubblicazione della versione italiana del libro di Savin. Inevitabilmente, si parla anche di Italia.

D) Perché una casa editrice come Idrovolante Edizioni? Si rivolge ad un qualche pubblico specifico?

R) Il nome riporta a un’epoca storica, quella della prima metà del Novecento, in cui l’Italia fu all’avanguardia a livello mondiale nello sviluppo di tecnologie aeronautiche ma soprattutto produsse una quantità di piloti e avventurieri ardimentosi senza precedenti nel corso della storia. Molti di loro, sfidando la logica, rischiavano la vita (e in molti casi la persero) al solo scopo di provare delle emozioni non comuni e farsi beffe delle leggi di gravità.

Gli idrovolanti costruiti in Italia, comandati dai grandi trasvolatori italiani, divennero conosciuti in tutto il mondo e conferirono al nostro Paese un lustro probabilmente senza più eguali. E nel torpore contemporaneo, gli italiani di oggi non hanno contezza di quanto esaltante possa essere l’idea che i loro nonni e bisnonni siano stati fondamentalmente degli astronauti ante litteram.

In linea col nome e con la sua missione prima etica e poi editoriale, Idrovolante si rivolge a quanti si considerano i custodi del lascito di quei personaggi che ci hanno resi grandi, o semplicemente a quanti considerano l’immateriale e la solidità di spirito come vocazione.

D) Per quale motivo avete voluto pubblicare il saggio di Leonid Savin?

R) La geopolitica è una macroarea che in Italia viene percepita come lontana dalle esigenze della vita quotidiana delle persone. In realtà si tratta del campo di battaglia, diplomatica ma talvolta anche pratica, in cui vengono decise molte delle sorti dell'”uomo comune” senza che questi ne sia consapevole.

Leonid Savin, da fine analista geopolitico proveniente da un mondo per molti versi oscuro e demonizzato, come quello russo, offre degli spunti per poter comprendere meglio molti di quei conflitti 2.0 in corso di svolgimento in tutto il mondo.

D) Guardando all’Italia, lei ritiene che gli avvenimenti successi nel nostro Paese degli ultimi anni siano da collocare in un ambito di “rivoluzione colorata”? In caso affermativo, cui prodest?

R) Parlare di rivoluzione colorata presupporrebbe un moto destinato a sovvertire un ordine di carattere spesso autoritario. Non è il caso dell’Italia, un Paese in cui peraltro il sentimento popolare non si è mai tradotto in movimento di piazza e anzi non è nemmeno riuscito a tradursi in rappresentanza governativa.

L’esperienza del governo gialloverde, infatti, è fallita e anche in tutta fretta proprio per via dei tanti “compromessi” col potere che due partiti come Lega e Movimento 5 stelle, già difficili da abbinare, si sono trovati costretti a dover fare sovvertendo in parte la loro narrazione populista. Non è un caso che il M5S stia perdendo rapidamente consensi pur rimanendo al governo e quindi ritrovandosi ancora costretto a dover cambiare i propri connotati, mentre la Lega stia riuscendo ad affermarsi stando all’opposizione.

D) Cosa significa essere sovranista oggi in Italia e dove è possibile trovare una risposta politica alle richieste e alle istanze sovraniste?

R) Il concetto di sovranismo è una riedizione in chiave contemporanea di patriottismo, che a sua volta viene utilizzato per addolcire il retaggio erroneamente negativo che si cela nel termine nazionalismo. In realtà, se dal punto di vista filosofico-politico il sovranismo può assumere significato per via della cessione di sovranità a cui l’Italia è andata incontro con l’ingresso nell’Unione Europea e con l’adozione dell’Euro, dal punto di vista politologico è relativo a un malcostume tipico del nostro Paese dove classe politica, o meglio una parte della classe politica, viene eletta dal popolo italiano, giura sulla Costituzione italiana, occupa gli scranni delle istituzioni italiane ma politicamente agisce contro i bisogni e le necessità del popolo italiano.

Se infatti le istanze sovraniste, a partire dall’uso del termine, sono tipiche dei partiti di destra, quasi dovunque a livello europeo e mondiale tendono ad adottare misure politiche funzionali al benessere del proprio popolo anche forze socialdemocratiche, liberali, progressiste. Gli esempi che mi vengono in mente sono quelli di Merkel e Macron, moderati ed europeisti nella teoria ma ultranazionalisti nella pratica, o anche dello stesso Trump, spesso considerato un esempio di leader sovranista ma capace di adottare misure politiche meno nazionaliste e più “workfare” del democratico Obama.

D) Che cos’è “Nazione Futura” e perché si dovrebbe far parte del suo progetto politico?

R) Nazione Futura è un contenitore culturale e metapolitico, non ha un carattere politico propriamente detto e non prevede dunque un “progetto politico”. È un riferimento “per” la politica, semmai.

Dal punto di vista della promozione culturale, sociale e metapolitica è presente su oltre 40 città italiane e organizza eventi e iniziative sia di carattere nazionale e internazionale, mettendo intorno a un tavolo politici, intellettuali, professionisti di orientamento conservatore, e sia a connotazione locale, andando talvolta a sostituire e talvolta ad affiancare l’operato dei partiti tradizionali.

Il valore aggiunto di Nazione Futura è che si connota come riferimento nei dibattiti tipici dell’agenda politica senza avere una logica di tipo partitico e senza essere parte integrante di un partito. Si avvale dunque di una facoltà di inestimabile valore, ossia quella di poter interloquire con chiunque, appoggiare le giuste istanze di chiunque, e confrontarsi liberamente con chiunque.

D) Come vede il futuro del nostro Paese nel medio e lungo periodo?

R) Il nostro Paese si trova a vivere un momento di forte declino politico, economico e antropologico. Un qualcosa che potremmo definire ciclico, che nel corso della storia ha colpito in modo più o meno veemente tutte le società e tutte le impostazioni. Tuttavia, le risposte che sono arrivate dalla politica sono insufficienti, e anzi hanno provveduto ad accelerare questo processo e in alcuni casi addirittura assecondarlo. Pur nelle difficoltà che vengono da lontano, la politica avrebbe, o dovrebbe avere, gli strumenti per poter gestire il momento con delle scelte coraggiose e lungimiranti, magari anche impopolari, ma che possano nel medio-lungo periodo rivelarsi utili al Paese e addirittura portarlo in una posizione di forza.

Faccio un esempio: la condizione economico-finanziaria di un Paese è il primo strumento di sovranità. Senza una stabilità economica, che va creata dalla politica, uno stato finisce alla mercé degli altri. C’è un problema di gestione del debito pubblico? Le risposte devono arrivare dalla politica. C’è un problema di vincoli europei? La politica li ridiscuta. C’è un problema di occupazione? La politica studi soluzioni adeguate a stimolare la libera iniziativa anziché proporre scelte assistenziali e continuare a vessare le partite iva. La politica può e deve ritrovare questo ruolo, altrimenti tanto varrebbe eleggere un curatore fallimentare come premier.

 

 

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