Home / Altre rubriche / Zibaldone / Alberto Alpozzi racconta “Il Faro di Mussolini”

Alberto Alpozzi racconta “Il Faro di Mussolini”

Condividi quest'articolo su -->

Per la sezione Zibaldone, che recensisce libri e mostre d’arte, Ario Corapi intervista l’autore del libro “Il faro di Mussolini”.

 

Un Faro simbolo dell’esperienza coloniale italiana, costruito in epoca fascista e situato sulla punta del Corno d’Africa: il fotoreporter torinese ci racconta.

 

TORINO – Lo abbiamo incontrato in Piazza Palazzo di Città proprio davanti al Municipio di Torino, abbiamo condiviso con lui un momento di ristoro sorseggiando un caffè nel dehor di un bar della piazza mentre lui, Alberto Alpozzi autore del libro storico “Il Faro di Mussolini“, ci raccontava il suo ultimo lavoro. Ci ha descritto l’esperienza dalla quale questo è nato, mentre nella piazza vi erano delle bancarelle da esposizione di alcune delle più importanti librerie torinesi, tanto per rimanere in tema.

 

“Il Faro di Mussolini – L’opera coloniale più controversa e il sogno dell’Impero nella Somalia Italiana. 1889-1941”, è un saggio di 190 pagine edito dalla 001 Edizioni, con introduzione del giornalista Giorgio Ballario e prefazione curata da Giorgio de Vecchi di Val Cismon, in uscita nelle librerie il 6 maggio al prezzo di 18 euro (attualmente acquistabile online qui)

 

Allora Alberto, Il Faro di Mussolini: come è nata l’idea per questo tuo lavoro?

 

E’ nata casualmente quando ero in Somalia nel golfo di Aden, dove ero impegnato in un reportage sull’antipirateria. Ero in volo a bordo di un elicottero della Marina Militatare italiana attorno al Corno d’Africa quando vidi per la prima volta questo grosso fascio littorio alto 20 metri. Lo fotografai anche se all’inizio non catturò molto la mia attenzione perché ero impegnato sull’antipirateria. Due mesi dopo, tornato in Italia, mi sono incuriosito e ho iniziato una ricerca e ho scoperto allora che si trattava di un Faro. La documentazione online era molto scarsa così ho iniziato un lavoro di ricerca tra archivi e biblioteche. Quello che all’inizio era partita solo come una curiosità personale e due fogli di Word alla fine si è trasformata, dopo quasi due anni, in un libro di 200 pagine.

 

 

– Che cosa racconta questo tuo lavoro?

 

La storia è incentrata tutta sulle vicende inerenti la costruzione del “Faro Francesco Crispi” l’omonimo statista italiano dell’800: si parte dall’apertura del Canale di Suez nel 1869 per narrare tutti i fatti che portarono alla costruzione del Faro mossa dal fatto che mancava un segnalamento nella zona del Corno d’Africa.  Il primo Faro, realizzato nel 1924, era solo un traliccio metallico; la torre in pietra che vediamo oggi venne poi realizzata nel 1930. Il libro si basa circa 150 di storia mondiale ed europea con tutte le vicende storiche a contorno con focus principale sul colonialismo italiano in Africa Orientale. Ma vi sono anche molti anedotti: si cita l’Aida di Giuseppe Verdi, ma anche Camillo Cavour perché fu lui nel 1852 a mandare il primo vicario apostolico in Etiopia prima ancora dellìapertura del Canale: in pratica il colonialismo è iniziato molti anni prima della nascita non solo del fascismo ma anche dello stesso Mussolini. Altri aneddoti come sul primo fotoreporter della storia, l’inglese Roger Fenton, vi sono anche citazioni dal film Casablanca, insomma riferimenti storici che spaziano in tutte le epoche e in tutti i settori.

 

– Tu che sei stato sul posto, che cosa è rimasto nel Guardafui del periodo coloniale italiano?

 

La zona, come già all’epoca e lo è tuttora, è desertica: il primo centro abitato è un villaggio che si chiama Alula e si trova a 50-60 chilometri dalla zona del Faro. Il faro Crispi è in completo abbandono e sta crollando…

 

– Tu hai iniziato adesso il tuo “tour” in giro per Torino e dintorni per presentare questo tuo ultimo lavoro. Una piccola indiscrezione, è vero che ti sono arrivate delle minacce riguardo la presentazione del libro?

 

No minacce no, ci mancherebbe e spero che non capiti mai perché già quello che è capitato in questi giorni è ridicolo. Il problema è stato creato dal sindaco della città di Ciriè [Francesco Brizio Falletti Di Castellazzo, già presidente GTT, ndR] il quale ci ha revocato il permesso per usufruire di una sala del Comune per la presentazione del libro che avremmo dovuto fare venerdì scorso di sera. Il sindaco ha revocato il permesso alla nostra presentazione perché venerdì scorso, la vigilia del 25 aprile, sostenendo che avremmo potuto creare problemi di ordine pubblico a causa del titolo del mio libro”Il Faro di Mussolini”. Io in genere i libri li leggo prima di giudicare, indipendentemente dal titolo. Il sindaco si fosse premurato di leggere non dico il libro ma almeno la prima aletta dove c’è la sinossi avrebbe sicuramente compreso che il mio lavoro è stata una ricerca storica apolitca. Il faro protagonista dell’intero libro fu costruito durante il governo Mussolini ed è innegabile. La storia non si può né cancellare né modificare, quindi vietare la presentazione di un libro di storia solamente perché nel titolo vi è presente il nome di un personaggio scomodo come Mussolini e che non piace al signor Sindaco ritengo sia molto demagogico, ideologico, fazioso, strumentale e… paleolitico. Nonostante tutto, noi la presentazione del libro l’abbiamo fatta ugualmente lo scorso venerdì all’aperto nella piazzetta davanti al Municipio di Ciriè. La serata è stata un successo di pubblico con 62 persone, venute anche dall’Emilia Romagna e dal Lazio, numero nettamente superiore alla sala comunale nella quale ci é stata vietata la presentazione. Alla fine farla all’esterno del Municipio, con il cordone di Carabinieri in tenuta antisommossa e la Digos che hanno vigilato sul regolare svolgimento della serata è stato fin meglio!

 

– E questo di fatto si ricollega alle parole di qualche giorno fa da parte della “presidentessa” della Camera Laura Boldrini riguardo all’obelisco Mussolini davanti al Foro Italico di Roma…

 

In effetti il concetto è esattamente il medesimo, l’obelisco è stato realizzato dal governo di Mussolini e sopra c’è il suo nome, però se cancelli quella scritta non modifichi la storia. Oltre al fatto che esiste un  Ministero competente che si occupa dei beni e delle opere architettoniche il “Ministero dei beni e della attività culturali” e, quell’obelisco è un bene tutelato e quindi non vedo come la Boldrini possa di fatto andare a interferire non solo con la storia ma anche con la tutela di un bene artistico cancellando una scritta. Forse crede che cancellando il nome si possa dare un colpo di spugna sull’intera storia e scoprire all’improvviso che ci sono stati 20 anni di storia italiana mai esisti e cancellati dall’oggi al domani, lo trovo abbastanza ridicolo. Invece di cancellare una scritta  forse sarebbe bene fare maggiore cultura, maggiore ricerca storica su di un capitolo di storia italiana coloniale che non è conosciuta perché nelle scuole non viene insegnata, perché il capitolo coloniale italiano è iniziato nel 1852 con Cavour, ben prima dell’apertura del Canale di Suez nel 1869, ed è terminata nel 1941 quindi 90 anni di storia coloniale italiana e il capitolo tanto vituperato del fascismo e dell’Impero fu creato da Mussolini nel 1936 e terminò nel 1941 quando gli inglesi, durante la seconda guerra mondiale, si sono presi la Somalia, ergo restringere 5 anni di impero fascista (1936-41) su 90 anni di storia italiana di colonialismo lo trovo alquanto becero e ignorante. La storia va studiata, va compresa, va raccontata e analizzata poi ognuno, con le proprie opinioni e le proprie idee, darà un suo giudizio ma il suo giudizio resterà un giudizio di valore personale. E’ senza ombra di dubbio, tralasciando le opinioni personali, che questo Faro è stata un’opera di interesse mondiale di cui beneficiarono tutte le navi che di lì passavano perché fino all’anno prima della costruzione del Faro naufragavano in continuazione navi e piroscafi di tutto il mondo e all’epoca c’erano articoli sui giornali dall”Australia, a Singapore, all’Inghilterra e addirittura ad Harvard che trattavano proprio della questione del Capo di Guardafui dove naufragavano le navi e si interrogavano tutti sulla necessità appunto di costruire un Faro, poi siamo arrivati noi italiani nel 1924 e abbiamo costruito questo Faro risolvendo così un problema di carattere internazionale. Se ragionassimo tutti come la Boldrini o come il sindaco di Ciriè allora dovremmo abbattere la Torre Littoria di Piazza Castello qui a Torino, uno dei ponti sul Po, tutta Via Roma, mezza Milano dovremmo tirarla giù, Roma stessa  e l’intero EUR e poi le città di Latina (che allora si chiamava Littoria) e rifacciamo diventare tutto l’Agro Pontino un’acquitrino pestilenziale… è assurdo!

 

– Parliamo invece di te. Come è nata la tua professione di fotoreporter?

 

Sempre dalla curiosità, la curiosità di documentare mondi che non tutti possono vedere, di situazioni che la gente non vive ed è bene che non via. Come fotoreporter sono stato in Afghanistan, in Libano, in Kosovo e in Somalia perchè ci sono eventi che più di tanto non vengono raccontati e qualcuno deve farlo. La mia intenzione primaria, proprio anche in virtù di tutta questa faziosità e parziale lettura  delle informazioni e delle notizie, era di raccontare, per esempio in Afghanistan non tanto la guerra quanto la vita di italiani che lavorano all’estero: i militari italiani sono italiani prima di tutto, sono padri di famiglia, sono fidanzati di qualche ragazza, hanno dei figli, hanno dei genitori, sono uomini, sono italiani che lavorano all’estero quindi quello che a me interessava era far passare il messaggio che ci sono migliaia di italiani che lavorano all’estero e basta, sempre al di là della politica e di tutto il resto.

 

– Altri progetti in cantiere per il futuro?

 

Mah, quando io ho iniziato questa ricerca il mio studio l’ho ampliato su tutto quello che fu il colonialismo e le opere coloniali italiane in Somalia e nella capitale Mogadiscio, la mia intenzione e di realizzare un reportage a Mogadiscio ma non sono ancora riusciuto proprio per questioni di sicurezza. Un altro progetto a cui tengo molto e che sto cercando di mettere in piedi, sul quale vi è un capitolo intero all’interno del mio libro, è dedicato ad un fotografo torinese, Carlo Pedrini, che ho rintracciato durante la mia ricerca che lavorò per il governo negli anni ’20 a Mogadiscio e documentò tutto quello che fu l’Africa coloniale in quegli anni. Le sue foto e quasi tutte le cartoline della Somalia di quel periodo che conosciamo le realizzò lui, i nostri nonni e bisnonni hanno studiato su libri scolastici con le sue foto, i libri di propaganda e di testo di quegli anni che parlavano di Somalia portavano le sue fotografie e parliamo di un fotografo di cui si è perso totalmente la memoria, non vi è letteratura, non vi è nulla. Mi sono appassionato alla sua storia mettendo in piedi una cospicua documentazione con sue fotografie, ho trovato la sua tomba al cimitero monumentale di Torino, ho rintracciato dei parenti e vorrei creare un catalogo e una mostra dedicata a questo fotografo. La maggior parte delle immagini contenute nel mio libro, più di 200, sono sue fotografie.

 

– Tu hai detto che “oggi sono tutti fotografi”, tu da fotografo professionista che cosa ne pensi del fatto che oggi con gli smartphone e con determinate applicazioni tutti si sentono fotografi? Cosa ne pensi tu da professionista del settore?

 

La  fotografia non la fa lo strumento, non la fa il clic, ma la fa il pensiero della persona che realizza quell’immagine. Io in Afghanistan ho fatto foto anche con lo smartphone quindi non è tanto quello il concetto, il concetto è quello che il fotografo nell’atto di fotografare ritaglia all’interno della sua inquadratura. La capacità del professionista è essere nel luogo giusto al momento giusto, la fortuna non esiste, perché Robert Capa non è stato fortunato a trovarsi il 6 giugno 1944 in Normandia. Penso che c’è indubbiamente un eccesso di comunicazione e di immagini ma tanto l’immagine del professionista non verrà mai sostituita perché la capacità di trasmettere un determinato messaggio o una determinata emozione attraverso uno scatto non è da tutti, altrimenti tutti sarebbero fotografi. Come diceva Erwitt: “Tutti possono avere un foglio di carta e una penna, però non tutti sono poeti.”

 

Cenni biografici sull’autore. Alberto Alpozzi, nato nel 1979, fotoreporter freelance di Torino iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, specializzato in aree di crisi, ha documentato e raccontato la guerra in Afghanistan, Libano, Kosovo e la missione antipirateria in Somalia. Suoi reportage sono stati pubblicati su La Stampa, Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Famiglia Cristiana e Torino Cronaca. Per la tedesca Bilderfest ha partecipato, unico italiano, alla realizzazione del documentario Ustica – Tragedia nei cieli. Insegna fotografia e comunicazione attraverso l’immagine al Politecnico di Torino – Facoltà di Architettura dal 2010.

 

@ArioCorapi

Condividi quest'articolo su -->

Di Redazione Elzeviro.eu

Redazione Elzeviro.eu
--> Redazione

Cerca ancora

Attentato alla democrazia: il diritto si rivolta contro i cittadini

Caso maxi antenna 5G nel cortile di una scuola a Frossasco. I genitori preoccupati intentano …