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Quel ringhio LGBT contro il papa è (quantomeno) inopportuno

Caricaturali trasposizioni provenienti dalla galassia LGBT.

L’omosessualità è nuovamente un tabù, ma per motivi diametralmente opposti rispetto a quelli di qualche decennio fa.

Non si può dire nulla senza aver paura di essere fraintesi. Comprensibilissima la lotta contro l’omofobia, che bisogna condannare, ma bisognerebbe condannare anche la tendenza opposta, ossia l’eccessivo buonismo nei confronti dell’argomento. Se è vero che l’omosessualità è un fatto umano che qualifica una persona e le conferisce un’identità, è altrettanto vero che, in sede di definizione non si può sostenere agevolmente che sia pura normalità, almeno da un punto di vista statistico. E questo vorrà pure dire qualcosa.

Che poi, a ben vedere, se anche fosse qualcosa che si discosta dalla normalità, sarebbe un qualcosa di positivo, un elogio all’anticonformismo e alla libera e piena espressione di sé. L’accezione negativa della parola “anormale” è un alibi utilizzato dal mondo LGBT (che ormai abbiamo imparato ad apprezzare come cosa ben diversa dal mondo omosessuale) per giustificare la sua azione di auto-discriminazione.

Si può capire anche questa riprovevolezza verso l’anormalità, perché, più o meno giustamente vogliono riconosciuti i loro più o meno diritti, ma c’è modo e modo e talvolta diventa deleteria.

Quello che il Papa ha detto nel corso dell’appena conclusasi visita in Irlanda, è forse che i bambini piccoli gay avrebbero bisogno di uno psicologo?

Non proprio.

Ha detto che i più piccoli manifestanti tendenze omosessuali potrebbero trarre beneficio da un consulto, e l’ha detto semplicemente perché uno psicologo potrebbe aiutarli ad integrarsi e accettarsi in una società tendenzialmente etero. Non certo per sostenere la necessità di cure riparatorie. Invece bisogna subito vedere il marcio.

Tanto vale non parlare più di omosessualità se non si può dire nulla e tutto viene strumentalizzato.

Di Freddie

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