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Schliemann: un dilettante fan di Omero che fece fessi gli accademici

 

RITRATTI EROICI

Heinrich Schliemann è quel tipo di Uomo che difficilmente potremmo veder nascere ai nostri giorni. Avventuriero, assetato di conoscenza, coltissimo, ma soprattutto disposto a donare la vita per la sua passione: i testi omerici.

Per questo, Schliemann incarna alla perfezione lo spirito ottocentesco, quel particolare periodo storico in cui l’Uomo sembrava ancora essere dominatore del proprio destino, nonché padrone del progresso tecnologico.

Le prime ferrovie, i primi telefoni e le prime lampadine

La spedizione francese in Egitto segnò l’inizio delle scoperte archeologiche nel luogo.

non erano infatti viste come feticci da adorare passivamente (come è in uso oggi per i telefoni tattili), rappresentavano bensì uno strumento al servizio dell’uomo, nonché simbolo dell’audacia che caratterizza la nostra specie. Forse è stata proprio questa tensione tipicamente umana verso la scoperta ad averci fatto riavvicinare proprio in quelle periodo alle nostre radici, grazie alle più grandi scoperte archeologiche mai fatte. Nell’800 è stato disotterrato l’Antico Egitto, sono stati interpretati correttamente i geroglifici e si è infine gettata una luce rivoluzionaria sulla storia della Grecia antica, grazie proprio ad Heinrich Schliemann. Come detto prima, quest’avventuriero tedesco difficilmente si potrebbe vedere ai nostri giorni.

In un’epoca in cui le iper specializzazioni in quelle che sono microscopiche nicchie del sapere rappresentano l’unica strada percorribile per chi volesse fare una qualsivoglia attività di ricerca. Ai giorni nostri solo chi è specializzato con riconoscimenti accademici in un determinato ambito può ivi dire la sua con un certo grado di credibilità. In caso contrario si corre il concreto rischio di essere bollati come “ciarlatani”.

Eppure in tempi non sospetti la cultura enciclopedica, ovvero quella che abbraccia tutte le branche del sapere, era la più apprezzata. In questo senso Schliemann, pur essendo oggi considerato uno dei più importanti archeologi della storia moderna, non è assimilabile alla grigia figura dell’accademico che oggi immaginiamo.

“Quando io sarò grande andrò in Grecia a cercare Troia e il tesoro del re!”

Pare che quest’affermazione perentoria venne fatta da Heinrich Schliemann all’età di sette anni, dopo che il padre gli raccontò la storia della mitica Troia. La passione per i poemi omerici, Iliade ed Odissea, divenne nel tempo viscerale. Schliemann era convinto fin da bambino che quei testi fossero le cronache di una storia vera, reale, concreta, nonostante il mondo accademico non si fosse nemmeno mai posto un problema in tal senso, avendo sempre dato per scontato la natura fantasiosa di tali scritti. Mai dare per scontato nulla invece, soprattutto se la fonte arriva dagli antichi.

E così dopo aver fatto il mozzo tra Amburgo e il Venezuela, dopo esser stato usciere ad Amsterdam, dopo aver lavorato come rappresentante commerciale per un ditta europea in Russia e dopo aver infine fatto la sua fortuna durante la corsa all’oro in America, Schliemann poté dedicarsi al sogno della sua vita: trovare Troia. Dopo aver imparato, tra la miriade di lingue che già conosceva, anche il greco antico, partì alla volta dell’Asia Minore con in mano l’unico indizio in suo possesso: l’Iliade.

L’aspetto più incredibile della storia dei Schliemann è proprio questo.

Un dilettante allo sbaraglio che è riuscito a fare fessi tutti gli accademici di allora,

facendo semplicemente la cosa più naturale e spontanea che fosse possibile: dare credito all’unico testimone rimasto di quella guerra, Omero. Sono due in particolare i passi dell’Iliade che hanno indirizzato Schliemann verso la piana che è poi stata ufficialmente riconosciuta come l’Antica Troia.

“E giunsero alle due belle fontane; sgorgano qui le sorgenti del vorticoso Scamandro: una scorre acqua calda e fumo all’intorno sale da essa, come di fuoco avvampante; l’altra anche d’estate scorre pari alla grandine o al ghiaccio o anche alla gelida neve”

“Così i due nemici girarono intorno alla Rocca di Priamo tre volte”

(Libro XXII dell’Iliade).

Raffigurazione della Guerra di Troia

In particolare grazie a quest’ultimo verso Schliemann

Le imponenti mura di Troia disotterrate da Schliemann

ebbe la possibilità di provare in diretta la veridicità di quanto scritto da Omero. Fece tre volte il giro di quelle rovine appena disotterrate, proprio come gli eroi che avevano accompagnato i sogni della sua infanzia. Correndo riusciva a sentire le urla di Achille, il respiro affannoso di Ettore e i pianti delle donne affacciate dalle mura di Troia. Alla fine dopo aver fatto avviare gli scavi nella pianura che più di tutte combaciava con le precise indicazioni geografiche di Omero, Schliemann portò alla luce non una ma ben sette diverse città. Ognuna per una differente epoca.

Troia era stata distrutta e ricostruita più volte, segno dell’importanza che aveva avuto quel nucleo urbano durante l’antichità. Tra i resti della città, l’archeologo tedesco scovò anche un tesoro fantastico, composto da antichissimi gioielli. Venne soprannominato “il tesoro di Priamo” e Schliemann fece così indossare alla moglie i diademi che forse, un tempo, furono di Elena. Infine, la più grande soddisfazione.

Ritratto della moglie di Schliemann con indosso i gioielli del tesoro di Priamo

Una schiera di accademici prima scettici

venne invitata alla piana di Troia dallo stesso Schliemann per assistere alla scoperta del secolo. Tutti rimasero stupefatti. Tutti dovettero tornare in patria a capo chino, consapevoli di essersi fatti fregare da un dilettante.

“Dilettanti! Dilettanti! Così vengono chiamati con disprezzo coloro che si occupano di una scienza o di un’arte, per l’amore di essa e per la gioia che ne ricevono, per il loro diletto, da quanti si sono dedicati agli stessi studi per il proprio guadagno, poiché costoro si dilettano solo del denaro che con tali studi si procurano. Un tale disprezzo deriva dalla meschina convinzione che nessuno possa prendere qualcosa sul serio senza lo sprone della necessità, del bisogno dell’avidità.

Il pubblico ha lo stesso atteggiamento e la stessa opinione: e di qui nasce il suo rispetto per gli specialisti e la sua sfiducia verso i dilettanti. la verità è, al contrario, che per il dilettante la ricerca diventa uno scopo, mentre per i professionista rappresenta solo un mezzo, ma solo chi si occupa di qualcosa con amore e dedizione può condurla al termine in piena serietà. Da tali individui e non da servi mercenari, sono sempre nate le grandi cose”*.

Queste parole di Arthur Schopenhauer riescono a rendere onore al servizio che Schliemann, il dilettante, ci ha reso, conferendo ai testi omerici la giusta dose di immortalità che meritano.

 

*rif. Civiltà sepolte, C.W. Ceram, Einaudi 1952

Di Gabriele Tebaldi

Gabriele Tebaldi
Classe 1990, giornalista pubblicista, collabora con Elzeviro dal 2011, quando la testata ha preso la conformazione attuale. Laurea e master in ambito di scienze politiche e internazionali. Ha vissuto in Palestina, Costa d'Avorio, Tanzania e Tunisia.

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