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Il mistero di Antikytera, ovvero l’oggetto venuto dal futuro

I pescatori di spugne che nel 1900 furono costretti a causa di un’improvvisa tempesta a rifugiarsi nell’isola di Antikytera al largo della Grecia continentale, non immaginavano minimamente che all’interno dei resti della nave oneraria romana che scoprirono su quelle spiagge si trovava l’oggetto forse più misterioso e inspiegabile della storia dell’archeologia mondiale. L’oggetto, non più grande di un moderno sestante di bordo, sotto uno spesso strato di sedimenti rivelò l’esistenza di un complesso sistema di ingranaggi corrosi dal tempo e dall’acqua marina. Ingranaggi che rappresentavano una clamorosa eccezione nel presunto panorama di conoscenze tecnologiche dell’epoca. Ben presto, grazie agli studi approfonditi di eminenti scienziati come il professor Peter Lynch dell’Università di Dublino e soprattutto del professor Derek John De Solla Price dell’Università americana di Yale nel Connecticut si scoprì che il misterioso meccanismo era un complesso regolo calcolatore analogico matematico in grado di calcolare con una precisione impressionante i movimenti del sole, della luna e dei pianeti rispetto alle costellazioni dello zodiaco.

Piccolo particolare abbastanza surreale era che l’oggetto non era stato costruito nel diciannovesimo o ventesimo secolo ma almeno duemila anni fa in quanto aveva più o meno la stessa datazione della nave in cui era stato rinvenuto. Come disse in modo acuto lo stesso professor Derek De Solla Price, tale scoperta sensazionale  in grado di rimettere in discussione le certezze accademiche degli storici sulla regolare e progressiva evoluzione tecnologica della razza umana, poteva essere paragonabile all’eventuale scoperta all’interno della tomba di Tutankamon del motore a scoppio. Il meccanismo completamente incrostato, sottoposto ai raggi x, rivelò ben presto l’inspiegabile complessità delle sue funzioni. Quello che risultò essere un primo incredibile esempio del cosiddetto “rotismo epicicloidale o differenziale” (scoperto solo nel diciannovesimo secolo d.C) era uno strumento che si avvaleva di una maniglia collegata ad un sistema di ben trenta ruote dentate, ognuna con una sua differente velocità, accoppiate ai vari puntatori posti nella parte anteriore e posteriore del meccanismo in questione. In particolare una leva estensibile dotato di un piccolo perno era collegato ad una scanalatura a spirale in modo non molto differente dal braccio di un giradischi. Questo sistema era anche in grado di prevedere con una precisione degna dei moderni telescopi sia le eclissi solari che quelle lunari.

Il misterioso personaggio che lo costruì doveva essere perfettamente a conoscenza del ciclo delle eclissi lunari della durata di 19 anni, dato dalla somma di 23 fasi lunari. Una conoscenza che risaliva non ai Greci ma ai Babilonesi. La caratteristica di questo assai misterioso meccanismo era evidente a tutti: se relazionato al periodo storico di appartenenza, esso costituisce un’assoluta anomalia storica in quanto di oggetti simili appartenenti all’epoca in questione non ne sono stati mai trovati. Le conoscenze scientifiche esistenti allora, per quanto il periodo ellenistico, al quale sembra appartenere l’oggetto in questione, fosse sicuramente più avanzato dal punto di vista scientifico rispetto a quello della Grecia classica, non avrebbero potuto permettere l’ideazione di un qualcosa che sarebbe stato scoperto solo quasi duemila anni dopo.

Per la verità sappiamo da varie fonti storiche (Cicerone, Ovidio, Lattanzio e Claudiano) che lo studioso siracusano Archimede era riuscito a costruire una specie di astrolabio dotato di un sistema di ingranaggi contenuto in una sfera stellata di vetro, oggetto che sarebbe stato portato a Roma nel 212 a.C dallo stesso conquistatore di Siracusa il console Marcello. Un qualcosa di somigliante ai resti di un’antichissima ruota dentata è stato in seguito scoperto nel 2006 durante gli scavi archeologici condotti nella piazza del mercato di Olbia. I denti di un frammento di meccanismo risalente proprio al III secolo a.C, si sono rivelati curvi e per questo motivo simili a quelli degli ingranaggi moderni e, tra l’altro, erano fatti in ottone, una lega nota per le sue ottime qualità meccaniche. Qualcuno ha già ipotizzato che questi resti possano aver fatto parte proprio del misterioso planetario di Archimede.

Il meccanismo di Antikytera potrebbe quindi essere stato ideato e costruito in Grecia da qualche astronomo del II secolo a.C che, sulla base degli insegnamenti dello stesso Archimede, sarebbe riuscito a ideare un oggetto tecnologicamente perfetto e addirittura superiore a quello del maestro. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che il padre del meccanismo di Antikytera possa essere Ipparco di Samo, astronomo vissuto appunto nel II secolo. C’è però una difficoltà non secondaria che mette un po’ i bastoni…tra le ruote, è proprio il caso di dirlo, dell’ipotesi greca: la rappresentazione del cosmo presente nel meccanismo non è quella geometrica dei Greci ma quella numerica molto più antica e risalente al tempo dei Babilonesi e dei Sumeri.

Quindi: o il meccanismo dell’isola Antikytera fu costruito a posteriori sulla base di un progetto o comunque delle conoscenze degli antichi abitanti della Mesopotamia o la sua origine sarebbe molto più antica rispetto a quella ipotizzata che lo farebbe risalire solo al II secolo avanti Cristo. Una conoscenza evolutissima paragonabile a quelle attuali che magari venne raccolta, in qualche modo veicolata e reinterpretata dallo stesso Archimede ma che in verità affonderebbe nella notte dei tempi. Infatti a questo punto bisognerebbe domandarsi da chi e come gli stessi Sumeri-Babilonesi ricevettero quelle modernissime ed evolute conoscenze, impossibili da ottenere se pensiamo alla modesta tecnologia in possesso dei primi abitanti della Mesopotamia a meno di non… ipotizzare allora l’utilizzo di moderni telescopi e di precise e avanzatissime conoscenze di matematica analogica in tutto e per tutto paragonabili a quelle attuali.

Perché, alla fine, si arriva sempre alla stessa fondamentale domanda, quella che gli storici allineati e ortodossi continuano ad ignorare. Se gli antichi furono in grado di ideare e poi costruire (vedi anche le Piramidi egizie) spettacolari e modernissime realizzazioni tecnologiche e architettoniche oggi difficili se non impossibili da riprodurre, bisogna domandarsi come abbiano potuto accedere a informazioni e conoscenze che all’epoca, secondo la scienza ufficiale, non erano assolutamente disponibili. La domanda infatti è sempre la stessa: come fecero gli Egizi, ancora alle soglie del Neolitico, a costruire colossali piramidi che oggi non saremmo in grado di riprodurre con la nostra quasi perfetta tecnologia e strumentazione. Ma anche, e a maggior ragione, come fecero gli antichi Sumeri, vedi Macchina di Antikyteraa conoscere il meccanismo del ruotismo differenziale che oggi consente alle nostre automobili di non uscire di strada alla prima curva. Fino a quando gli storici convenzionali e ortodossi non sapranno darci risposte convincenti e probanti a riguardo, l’ipotesi che l’umanità di questo pianeta abbia ricevuto, ad un certo punto della sua storia, un preciso apporto di elevate conoscenze scientifiche dall’esterno rimane forse quella più convincente anche se…la più eretica. 

Di Roberto Crudelini

Roberto Crudelini
Nato nel 1957. Laureato in Giurisprudenza, ha collaborato con Radio Blu Sat 2000 come autore e sceneggiatore dei Giornali Radio Storici, ha pubblicato "Figli di una lupa minore" con Rubettino, "Veni, vidi, vici" e "Buona notte ai senatori" con Europa Edizioni e "Dai fasti dell' impero all'impero nefasto" con CET: Casa Editrice Torinese. Collabora con Elzeviro.eu fin dalla sua fondazione, nel 2011.

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