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Nazca: quei disegni piovuti dal cielo 1^ Parte

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Nell’altipiano peruviano che si estende per circa cinquanta chilometri in una zona compresa tra le città di Nazca e di Palpa, si trova il sito archeologico più esteso al mondo, ma sarebbe meglio dire la più grande rappresentazione grafica della storia dell’umanità. In questo arido deserto del Perù meridionale, sul quale non piove praticamente da quasi diecimila anni, a cavallo tra il terzo secolo prima di Cristo e il quinto secolo dopo Cristo, una misteriosa popolazione, quella degli antichi Nazca, avrebbe disegnato sul suolo accidentato la bellezza di 13.000 linee lunghe anche chilometri e ben 800 disegni, grandi anche svariate decine di metri, di varia natura comprendenti anche molti animali stilizzati e complesse rappresentazioni geometriche. A causa delle particolari condizioni climatiche del posto, tali segni sono arrivati fino a noi praticamente intatti.

L’anomalia che rende questo sito così affascinante e inspiegabile è che tali segni, linee e figure, a causa della loro incredibile estensione, possono essere visti e apprezzati soltanto da un’altezza di almeno cinquecento metri. Infatti il sito, rimasto praticamente sconosciuto fino agli inizi del ventesimo secolo, stando alle cronache di ottant’anni fa venne scoperto casualmente in seguito al sorvolo della zona da parte di un aereo. Qui per la verità la cronaca si fa imprecisa perché ci sono fonti che affermano che la scoperta venne fatta dal geografo Paul Kosok nel 1939 mentre sorvolava la zona per motivi personali e altre che affermano che il sito invece venne individuato per la prima volta già nel 1927 da un pilota dell’aviazione peruviana. Di sicuro è che prima dell’avvento della navigazione aerea nessuno in epoca moderna aveva potuto avere uno sguardo d’insieme su tutta l’immensa raffigurazione.

Per la verità nel lontano 1586 il funzionario ispanico Luis de Monzon fece un rapporto scritto sugli strani tracciati osservati sull’altopiano riportando a riguardo quanto gli indigeni locali gli avevano narrato riguardo le loro origini. Quegli strani segni, che al tempo dei conquistadores non potevano essere capiti essendo ancora impossibile vederli dall’alto, erano stati tracciati da un antico popolo di semidei chiamati Viracochas. Un nome questo che ci è già noto perché molte popolazioni andine accostano quel nome ad un dio venuto dalle acque per portare la civiltà nella notte dei tempi. Un dio il cui aspetto era alquanto strano per la popolazione sudamericana essendo barbuto, di pelle bianca e con gli occhi azzurri. A questo misterioso personaggio è stato dato anche il nome di Quetzalcoatl ovvero il serpente piumato.

Ora, riguardo al sito di Nazca le domande che a tutt’oggi non hanno ricevuto risposta adeguata sono relative in primo luogo al modo in cui furono tracciati i segni, poi a chi ebbe l’idea di farli e soprattutto per quali motivi e verso quale destinatario. Ora le risposte che il mondo accademico ha cercato di dare sono svariate ma sembrano avere tutte un unico comune denominatore: quello della loro scarsa coerenza e credibilità. Una ricercatrice tedesca, Marie Reiche ha ipotizzato che l’intera enorme raffigurazione di Nazca avesse una funzione e un significato astronomici. Infatti, secondo la grande ricercatrice che ha passato quasi l’intera sua esistenza analizzando e rianalizzando metro per metro l’intero immenso sito, alcune figure, in particolare il ragno e la scimmia, corrisponderebbero rispettivamente alle costellazioni di Orione e dell’Orsa Maggiore. Affermazione però ben presto smentita e contraddetta dall’astronomo inglese Gerard Hawkins che nel 1967 non riscontrò, alla prova dei fatti, alcuna connessione di sorta. Lo zoologo Tony Morrison invece confermò quanto Luis de Monzon  quattro secoli prima aveva sentito dalle popolazioni indigene e cioè dell’esistenza del misterioso popolo di conquistatori chiamati Viracochas che appunto avrebbero disegnato l’intera zona per gli Indios.

Un’altra ipotesi è quella di Mejia Xesspe e Alfred Krocher che sostennero che l’intero sito venne tracciato per motivi religiosi e rituali. I due ricercatori partirono dall’osservazione dell’antica città di Cuzco dove gli indiani edificarono santuari lungo precise linee, del tutto simili a quelle di Nazca che si irradiavano dal tempio del Sole. A rendere però debole tale tesi è il fatto incontrovertibile che sull’intero altopiano di Nazca non sono mai stati trovati i resti di templi o costruzioni di carattere rituale/religioso. Di recente è tornata in voga una vecchia tesi che vede l’intero sito come una rappresentazione grafica/rituale collegata alla ricerca delle falde acquifere della zona. Anche questa ipotesi ci pare francamente alquanto remota perché in questo caso saremmo di fronte ad un enorme spreco di energie: sarebbe bastato tracciare dei semplici cerchi o segni in prossimità delle sorgenti dell’acqua così come è stato fatto nel deserto del Sahara per rendere visibili i pozzi. Una raffigurazione vasta diversi chilometri quadrati per segnalare la presenza di acqua francamente ci convince poco.

Riguardo al modo in cui un popolo semi primitivo avrebbe potuto disegnare i segni in questione, la stessa Marie Reiche ipotizzò che i Nazca si fossero serviti preventivamente di uno schizzo del disegno per poi effettuarne un ingrandimento sul sito mediante un complesso sistema reticolare fatto di corde. Questa tesi un po’ macchinosa non ci spiega però come si sarebbe potuta realizzare questa messa in opera senza un direttore dei lavori che potesse trovarsi ad un’altezza di almeno cinquecento metri per impartire le disposizioni del caso e rendere appunto il tutto conforme al preventivo progetto. Perché il punto è sempre questo: tali disegni non si sarebbero potuti effettuare senza essere ad un’altezza tale per poterli effettivamente vedere ma anche per poterli inserire in modo congruo all’interno dell’intera immensa raffigurazione. Qualcuno ha ipotizzato che gli antichi Nazca fossero in possesso della tecnica per librarsi in aria mediante dei palloni aerostatici ad aria calda, la qual cosa continua ad essere, a maggior ragione, “improponibile” per un popolo che allora viveva ai margini della civiltà tecnologica di allora, una civiltà che già di per sè non poteva essere minimamente paragonabile alla nostra a meno di non ammettere che gli stessi antichi Romani usassero aerei a reazione o missili terra aria. 

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Di Roberto Crudelini

Roberto Crudelini
Nato nel 1957. Laureato in Giurisprudenza, ha collaborato con Radio Blu Sat 2000 come autore e sceneggiatore dei Giornali Radio Storici, ha pubblicato "Figli di una lupa minore" con Rubettino, "Veni, vidi, vici" e "Buona notte ai senatori" con Europa Edizioni e "Dai fasti dell' impero all'impero nefasto" con CET: Casa Editrice Torinese. Collabora con Elzeviro.eu fin dalla sua fondazione, nel 2011.

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