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Il sito sommerso di Yonaguni: forse la storia umana va riscritta.

Nell’ormai lontano 1987 un gruppo di subacquei sotto la direzione dello studioso Kihachiro Aratake che operavano nella zona al largo dell’isola di Yonaguni, la più occidentale dell’arcipelago giapponese, per fare ricerche di carattere biologico, incapparono in strani apparenti resti megalitici che si trovavano ad una profondità tra i 20 e i 100 metri.

Si trattava di ampi terrazzamenti perfettamente levigati, ad angolo retto e di misteriosi camminamenti a forma di scale tra blocchi perfettamente tagliati e combacianti. Non mancavano nella zona pure strutture che sembravano richiamare ampi piazzali lastricati e circondati da quelli che sembravano resti di piloni o porticati. Un paesaggio che dovette apparire quasi incantato, come se in quel momento i misteri di un lontanissimo passato stessero occhieggiando a noi moderni, quasi invitandoci ad entrare dentro un mondo dalle risonanze vagamente arcane. Soltanto una decina di anni dopo, esattamente nel 1997, incominciarono gli studi analitici e multi disciplinari nella zona per cercare di risolvere quello che sembrava e sembra a tutt’oggi, uno degli enigmi più incredibili nella storia dell’archeologia, quasi al pari, se vogliamo, delle più famose Piramidi egizie.

Con le ricerche si è anche sviluppata una vivace discussione accademica in merito alle possibili interpretazioni di quell’immenso e inquietante parco naturale subacqueo. Discussione che vede tutt’oggi due scuole opposte di pensiero: una che si limita a prendere atto di quello che secondo alcuni scienziati non sarebbe altro che il frutto di un normale fenomeno erosivo da parte delle acque del mare, in una zona tra l’altro altamente sismica dove l’effetto delle correnti sottomarine combinato a quello del movimento tettonico avrebbe provocato nel corso dei millenni quella che sembra una struttura ingannevolmente umana.

L’altra scuola vede invece nel sito le antichissime vestigia di una misteriosa civiltà risalente alla fine dell’era glaciale, quando il livello del mare in tutta la zona era molto più basso di quello attuale. I resti quindi, a meno di non credere all’improbabile esistenza di antiche civiltà sottomarine abitate da strani esseri anfibio-formi, sarebbero stati ben al di sopra della superficie del mare. A conferma di questo particolare si è riscontrata sulla superficie del sito sommerso l’esistenza di tracce di flora e fauna che si trovano soltanto in superficie. A dire il vero tra gli studiosi che sembrano aver aderito all’interpretazione più irregimentata e conforme all’archeologia e storiografia ufficiale ci sono due nostre vecchie conoscenze: John Antony West e il geologo Robert Schoch. Questa loro interpretazione sembra stridere notevolmente con quella data dagli stessi a proposito del problema della datazione della Sfinge di Giza. Infatti sia Schoch che West, andando in quel caso contro la gran parte del mondo accademico, avevano sostenuto che il famoso monumento dal corpo leonino e dalla testa umana in realtà risalirebbe ad un’era di molto anteriore a quella finora accettata a livello ufficiale. Stiamo parlando di un’era risalente a circa ottomila-dodicimila anni fa quando nella zona ci furono grandi piogge e inondazioni che avrebbero appunto lasciato sul sito della Sfinge tracce ben visibili di erosione pluviale.

Non si capisce bene quindi come mai due studiosi da sempre liberi pensatori e, diciamo così, non “omologati”, nel caso del sito in questione, si siano schierati proprio dalla parte di quel mondo accademico da sempre a loro contrario e da loro aborrito. A conferma della stranezza di questo schieramento, un altro studioso molto noto e che a suo tempo ha anche collaborato con i due di cui sopra, Graham Hancock, si trova invece proprio dall’altra parte della barricata di quelli che  sostengono l’origine assolutamente umana del sito in questione. Insomma in questa vicenda c’è qualcosa che non continua a non convincerci del tutto. 

Il sismologo giapponese Masaaki Kimura avrebbe poi addirittura sostenuto di avere trovato su un lato dell’enorme struttura i resti di una faccia umana o umanoide, cosa che confermerebbe ancora di più l’ipotesi che i resti sarebbero frutto di un grandioso progetto edilizio umano appartenente, si suppone, ad una antichissima civiltà risalente addirittura al 10.000 a.C. . Una civiltà, tra l’altro probabilmente assimilabile o collegata in qualche modo a quella degli Jomon, antichi abitanti che vissero in quella zona in un periodo compreso appunto tra il 12.000 e il 2.000 a.C. Guardando le varie foto scattate sul posto è difficile comunque non vedervi tracce di precise strutture architettoniche. Se è pur vero che l’erosione marina può in alcuni casi creare strutture ingannevoli all’occhio umano, quasi scherzi appunto della natura, con angoli anche approssimativamente vicini ai 90 gradi e superfici levigate, è altrettanto vero che le strutture di cui sopra hanno una levigatura troppo perfetta per non darci più di un sospetto su una loro origine umana dovuta ad una poderosa opera progettuale. E poi un conto è un angolo approssimativamente vicino ai 90 gradi e un conto è un angolo perfettamente di 90 gradi. La differenza tra il “quasi” e il “perfettamente” è enorme  ed è appunto la distanza che separa i fenomeni naturali da quelli artificiali.

L’altro aspetto che potrebbe far propendere per l’ipotesi, diciamo, più impegnativa è quello della ripetitività nel sito in questione degli stessi fenomeni “casuali”: se la natura infatti in un caso può arrivare quasi alla copia perfetta di un manufatto umano, è assolutamente impossibile che la stessa natura si possa ripetere nel suo miracolo più volte e per giunta nello stesso posto. Basta guardare poi le foto relative alle presunte scalinate, tagliate a piombo,  perfettamente adatte all’uso e perfettamente incanalate tra due muri altrettanto incredibilmente  combacianti per rendersi conto che per sostenere l’origine naturale bisognerebbe proprio arrampicarsi sui vetri con un esercizio di alta acrobazia intellettuale. Se la natura avesse per assurdo compiuto una simile opera sarebbe forse, questo,  un evento ancora più miracoloso e inspiegabile di quanto possa essere l’ammissione dell’esistenza di una civiltà più antica rispetto ai nostri parametri accademici e tradizionali. Perché se è vero che la stessa civiltà degli Yomon è storicamente esistita, in quel caso gli storici hanno sempre sostenuto che il livello di questi, diciamo, stanziamenti non andava al di là di un livello di esistenza tutto sommato primitiva.

Ora se i resti sommersi al largo di Yonaguni fossero veramente umani, non ci sarebbe, penso, alcun dubbio nel sostenere che saremmo di fronte ad una civiltà non solo tecnologicamente molto evoluta ma di una civiltà che avrebbe già avuto dietro le spalle una storia molto lunga. Stiamo parlando quindi di una civiltà già fiorente diecimila anni fa e con una storia già lunga  migliaia di anni. Una simile “bomba” rischierebbe di mettere con le spalle al muro l’intero mondo accademico, obbligando gli storici a riscrivere una storia archiviata forse un po’ troppo frettolosamente. Ripetiamo quanto abbiamo già più volte sostenuto: il fatto che di un evento non ci sia ancora la prova evidente ma solo seri indizi, non vuol dire assolutamente che quell’evento non sia esistito, vuol solo dire che la ricerca deve continuare fino a quando, in questo caso, la verità sulle nostre origini non sia finalmente svelata e allora probabilmente avremo anche  delle sorprese.

Di Roberto Crudelini

Roberto Crudelini
Nato nel 1957. Laureato in Giurisprudenza, ha collaborato con Radio Blu Sat 2000 come autore e sceneggiatore dei Giornali Radio Storici, ha pubblicato "Figli di una lupa minore" con Rubettino, "Veni, vidi, vici" e "Buona notte ai senatori" con Europa Edizioni e "Dai fasti dell' impero all'impero nefasto" con CET: Casa Editrice Torinese. Collabora con Elzeviro.eu fin dalla sua fondazione, nel 2011.

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