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Je suis Charlie

Tanti, con la meccanica adesione via seriale status o immagine di profilo su Facebook, si identificarono con le vittime dell’assalto islamista al settimanale satirico francese. In molti meno si sono detti Charlie guardando al piccolo dei Gard, dieci mesi, affetto da sindrome da deperimento mitocondriale. Un bimbo che sarà staccato dal respiratore, contro il parere dei genitori, per effetto della decisione dei medici confermata per via giudiziaria (dai magistrati inglesi e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo).
Il dolore degli innocenti ha interrogato la filosofia e la teologia. Intense pagine di letteratura, il dialogo tra Ivan e Aljosha ne “I fratelli Karamàzov” di Dostoevskij su tutte, sono stare scritte paragonandosi a questo “scandalo”. A questo mistero di fronte a cui spesso sentiamo, come il dottor Rieux de “La Peste” di Camus, nient’altro che la nostra rivolta.
Il dolore è sempre difficile da spiegare. Al dolore, dei bimbi ma non solo, è a volte impossibile attribuire un senso, se non la Croce (“cristologia laica” à la Pareyson).
Lo fuggiamo, ed ecco perché è difficile dire ora “je suis Charlie”. Resta che nascendo, tutti, abbiamo contratto una malattia mortale che si chiama vita.
L’abissale questione non può certo trovare una risposta nella cartella scarsa di un editoriale. Qui si riesce giusto a metter in evidenza alcuni (s)punti interrogativi.
Uno Stato, con i suoi sacerdoti in camice o in toga, può decidere di ordinare la morte “perché non c’è più nulla da fare”? La famiglia è qualcosa d’imperfetto che va, tra il giacobino e il tecnocratico, emendata e curata? La dignità di una vita può essere decisa da caste a cui è demandato un tale potere? E, infine, un simile precedente può essere davvero essere senza conseguenze?
Non ho certezze da porre, mantengo desta la domanda e sempre più dico “je suis Charlie”.

Marco Margrita

@mc_margrita

Di Marco Margrita

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