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Zucconi e Rampini: due diversi ritratti della sinistra

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Se il primo non riesce a sconfiggere la propria psicosi antifascista, il secondo ha dimostrato di possedere una coscienza critica sorprendente.

Categorizzare e sintetizzare, così come ricondurre tutto a degli schemi ben definiti, sono attività saldamente connaturate nell’essere umano. Non c’è nulla di bizzarro. Sono meccanismi logici che consentono di assecondare quella atavica pulsione per il controllo, la quale ci illude di essere padroni delle situazioni e vivere in totale tranquillità.

I giornalisti Federico Rampini, a sinistra, e Vittorio Zucconi, a destra.

Ciò nonostante, si tratta di istinti che ognuno di noi dovrebbe tentare di reprimere quando si analizzano i complessi sviluppi della realtà politica, onde evitare di scadere in goffe sentenze tanto lapidarie, quanto superficiali. A maggior ragione, in questa particolare fase dell’era post-ideologica.

Una fase in cui, non solo la canonica dicotomia ha perso i suoi tradizionali punti di riferimento, ma in certi frangenti si è persino assistito ad una vera e propria inversione di ruoli; ci troviamo di fronte a partiti di destra che si sono impadroniti di tematiche sociali -come la tutela dei lavoratori e la lotta all’onnipotenza della globalizzazione- storicamente di sinistra ed una sinistra tramutatasi in sostenitrice della dottrina neoliberista (cessioni di sovranità, filo-atlantismo, privatizzazioni, delocalizzazioni, libero mercato e precariato galoppante), che prova a salvare la faccia con lo specchietto per le allodole rappresentato dai diritti civili.

Stessa famiglia, diversi approcci

Come in tutte le buone famiglie che si rispettino, anche in questo coacervo di ex sessantottini prestati al globalismo si possono incontrare pargoli dotati di lucidità, onestà intellettuale e capacità autocritica, così come elementi meno virtuosi, capricciosi e con quelle manie di onnipotenza che li rendono inadatti al confronto costruttivo. Una situazione perfettamente rappresentata dal differente approccio mostrato da Federico Rampini e Vittorio Zucconi, in occasione dell’insediamento del nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte.

I due giornalisti, rinomante firme di Repubblica con una viscerale passione per gli Stati Uniti (di cui entrambi sono cittadini), si sono avvicendati nella trasmissione Piazza Pulita per commentare la tanto agognata conclusione delle consultazioni, dando vita a spettacoli diametralmente opposti.

La superficialità di Zucconi

Il direttore di Radio Capital, oltre ad incarnare alla perfezione l’archetipo dell’intellettuale radical-chic ottuso ed intollerante nei confronti di chiunque non condivida il suo manifesto di democrazia (pressappoco un totalitarismo del Partito Democratico), ha anche confermato di non aver minimamente compreso una delle principali ragioni che stanno portando la sinistra verso l’inevitabile recita del proprio de profundis.

Zucconi infatti, con vena pulsante, bava alla bocca ed incontrollata produzione di bile, ha riempito i suoi evidenti vuoti argomentativi con l’evergreen buono per tutte le stagioni: l’imminente ritorno del fascismo. Un atteggiamento talmente infondato ed anacronistico, che in campagna elettorale ha condotto il PD al peggior risultato dai tempi della sua fondazione, i trozkisti di LeU ad entrare in Parlamento per il rotto della cuffia e la Bonino a non raggiungere nemmeno la soglia del 3%.

La lucidità di Rampini

Nella seconda parte della trasmissione la sedia di Zucconi è stata occupata da Rampini, il quale però non sembra aver assorbito le scorie negative rilasciate dall’illustre collega. Come anticipato poc’anzi, l’approccio è stato decisamente diverso. L’umiltà e la disponibilità a mettersi in discussione a nome di un’intera corrente intellettuale –e forse anche di una parte consistente della categoria professionale di appartenenza-, ha dato modo al giornalista di esibirsi in uno dei più eclatanti mea culpa nella storia recente della sinistra. Un mea culpa, nel quale la penna di Repubblica ha dimostrato di aver compreso come i termini destra e sinistra siano ormai del tutto relativi.

Un manifesto autocritico

Partendo dalle analogie e dai punti di contatto tra il successo di Trump e dei movimenti populisti italiani, Rampini ha costruito una summa aurea degli errori di valutazione commessi della sinistra nostrana.

Trump ha intercettato il disagio della classe operaia, i voti decisivi sono stati i colletti blu, i quali si sentono vittime di una globalizzazione distorta e di una competizione internazionale truccata. E non hanno tutti i torti. Sulla globalizzazione in un certo momento, la sinistra si è appiattita sul pensiero unico neoliberista e non ha visto che stavano nascendo storture e squilibri inaccettabili.

Trump ha colto anche il disagio dei ceti più poveri sull’immigrazione. Negli USA come in Italia, accade che la sinistra liberal e radical-chic vive nei quartieri dove si sta benissimo, dove c’è ordine e sicurezza e l’immigrato è il taxista, il netturbino o il cameriere. I ceti più poveri invece ci vivono a fianco, hanno il clandestino come concorrente sul mercato del lavoro.

Non è vero che gli immigrati vengono a fare solo i lavori che noi non vogliamo più fare, l’immigrazione oggettivamente viene usata dalle imprese e dai datori per schiacciare il potere contrattuale dei lavoratori e i salari. E queste sono cose che la sinistra ha smesso di dire

Il fatto che con Trump non sia avvenuta quell’apocalisse che si credeva, dovrebbe consigliare un po’ di prudenza a quei miei colleghi giornalisti ed intellettuali di sinistra che continuano ad indicare nella borsa e nello spread un giudizio divino sulla catastrofe che sta per accadere.

Se la sinistra continua ad usare lo spread come criterio supremo, dà ragione a chi la dipinge come l’establishment. Se poi la sinistra si appiattisce sul vincolo esterno, cioè il Governo deve fare quello che chiede Bruxelles o Berlino, butta via un patrimonio di critica all’austerity germanica che è della sinistra: è nostro!”

Chissà se i suoi colleghi e gli intellettuali di sinistra, ai quali si è esplicitamente rivolto, faranno tesoro di questa brillante analisi autocritica.

Filippo Klement

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