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Il Referendum sarà la tomba della sinistra italiana

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Al di là dell’esito, il referendum segna definitivamente la scomparsa della sinistra in Italia. Una vittoria del no, molto improbabile, sarebbe l’espressione di una realtà sociale eterogenea, in cui solo in parte si potrebbero riconoscere i residui della sinistra storica.

di Paolo Desogus

Il sì è invece l’espressione dell’Italia che copre un raggio di posizioni che vanno dalla Lega al Pd, dunque posizioni diverse e nondimeno concordi nel progetto politico in cui l’esecutivo è il potere preminente a discapito del parlamento, già da tempo depotenziato dall’abuso di decreti, dal voto di fiducia, dalla crisi dei corpi intermedi e più in generale dalla cultura neoliberale della disintermediazione, di cui i 5 stelle sono la quintessenza.
Il significato politico del sì è per questo motivo conservativo. Chi vota sì non cambia lo stato di cose (chi crede che la politica cambi perché si risparmia con qualche parlamentare in meno è un cretino), ma vota per confermare la subalternità del parlamento rispetto all’esecutivo. Il sì è insomma un voto favorevole ai valori più profondi della seconda Repubblica, quelli nemmeno tanto nascostamente anti parlamentari e in fondo filo presidenzialistici.

E del resto chi è che vota no?

Vota no chi si sente erede degli ideali costituzionali originari, chi non ha mai pienamente accettato la seconda repubblica ed è ancora culturalmente legato alle famiglie della prima, soprattutto democristiana e socialcomunista. Votano invece sì quei partiti e gli elettori più vicini ai tempi attuali, ovvero chi ha avallato o comunque non si è opposto al ridimensionamento del parlamento nel corso della seconda repubblica.
Ma come dicevo il referendum mette fine, senza appello, al lungo e penoso epilogo della sinistra italiana, in particolare la sinistra post comunista (i post socialisti hanno seguito percorsi diversi e non meno fallimentari: chi tra i berluscones, chi invece con i post Pci, passando magari per i Radicali).
Il programma dei post comunisti è miseramente fallito. L’adesione a un neoliberismo moderato è stata fatale.
Mettere le braghe a questa ideologia non era possibile e l’esito è stato il renzismo. Quanto all’europeismo, esso ha prodotto danni ancora peggiori e molti altri ne produrrà, dato che Francia e Italia non sono minimamente in grado di controbilanciare lo strapotere della Germania, lontana dal mito degli Stati Uniti d’Europa, ma sempre più incline a recuperare – sia sul piano militare, sia più in generale geopolitico – lo status di grande potenza.

Verrebbe da dire che l’unico parziale successo

della sinistra è quello raggiunto sul campo delle riforme costituzionali. E del resto la sinistra ha sin dalla seconda metà degli anni Novanta tentato di cambiare i connotati del nostro assetto istituzionale in un senso più favorevole all’esecutivo. Il referendum del 20-21 settembre è anche un loro traguardo.
Comunque andrà per loro è la fine. Ma insieme a loro, che oramai si godono attraverso il Pd le rendite di posizione ottenute nel campo neoliberale, verranno ulteriormente ridimensionate le possibilità di una rinascita della sinistra ispirata a un neosocialismo che sappia porre al centro de proprio programma il lavoro e la redistribuzione. Un simile progetto può infatti vivere solo dove è forte la cultura della mediazione. Non in Italia, dunque.
I 5 stelle? Sono solo l’ingranaggio inconsapevole di un meccanismo molto più grande di loro. Quando sarà il momento verrà sostituito.
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