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Il poltronaro Della Vedova si lagna del monopolio televisivo

Il vicepremier Di Maio alla tribuna politica più seguita in Italia, il salotto di Bruno Vespa è stato spesso rinominato "la terza camera del Parlamento".

Un paio di giorni fa è stato recapitato un esposto all’Agcom, accompagnato dalla denuncia di uno degli esponenti di spicco di +Europa.

Nella nota, oltre a sostenere un presunto sforamento del tetto del 33% (soglia di visibilità massima che il servizio pubblico può concedere alla maggioranza parlamentare), il rappresentante della succursale italiana dell’integralismo liberista ha palesato un sentimento di indignazione, dovuto ad un incomprensibile oscurantismo ordito nei confronti della sua formazione politica. Una scelta che tuttavia, non dovrebbe né meravigliare, né scandalizzare.

Tralasciando la normale priorità dovuta al/ai partito/i di governo, in virtù del ruolo istituzionale ricoperto ed omettendo per un attimo gli ultimi anni in cui il servizio pubblico ha assunto le sembianze dell’ufficio stampa del PD, gioverebbe fare due appunti a Benedetto Della Vedova.

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La denuncia all’AgCom presentata da Della Vedova spiegata dai media generalisti.

 

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Della Vedova in un recente comizio politico.

Il primo appunto concerne la differenza tra qualità e quantità. È complicato riscontrare qualche beneficio nell’essere il principale argomento di dibattito, se la narrazione che viene prodotta è costantemente denigratoria, strafottente e scoraggiante; così come, difficilmente, possono giovare delle tribune politiche, nelle quali la formazione del contraddittorio è sempre sfacciatamente squilibrata (quando non è del tutto assente).

La seconda considerazione, se possibile, è ancora più elementare.

Lo spazio che viene offerto ai partiti in televisione è direttamente proporzionale all’interesse che questi suscitano negli spettatori.

Un dato che oggi viene ancora misurato dai risultati delle urne e dai sondaggi. Ebbene, non avendo +Europa raggiunto nemmeno la soglia di sbarramento durante le ultime elezioni e non avendo dato nessun segnale di consistente crescita negli indici di gradimento successivi, non si vede per quale motivo gli adepti della Bonino meritino uno spazio superiore.

Nessuno ricorda di aver visto Bersani o D’Alema rivendicare una maggiore visibilità per LeU; una formazione che, pur restando nei meandri dell’irrilevanza politica, è riuscita ad entrare in Parlamento.

FK

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