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MIGRANTI, tra confusione fatta ad arte e profluvio di parole

di Simone Bollarino

Era necessario aspettare che la pentola Seawatch sbollentasse

e che i cani rabbiosi si sfogassero con un osso fra le zanne per proporre una riflessione serena sul caso in oggetto, ovvero l’affaire della Capitana e delle frizioni (ad essere delicati) col diritto nazionale e internazionale.

Come prima cosa, andrebbero introdotti due argomenti che sembrano latitare nel dibattito seguito ai fatti.

Primo argomento: il lessico.

Senza lambiccarsi sul filo del diritto, parlare di naufraghi, o di profughi, clandestini, migranti non è la stessa cosa. A volte sembra che cambiare termini abbia il solo scopo di strumentalizzare il dibattito.

Il naufrago

è per definizione, colui che per i motivi più diversi si barcamena (il termine non è casuale) su un natante a malapena galleggiante a rischio affondamento. Il termine si può estendere ad un mezzo galleggiante ma impossibilitato a muoversi, quindi alla deriva dei flutti.

Rimedio: si porta il naufrago a baciare la terraferma; per conto suo o tramite le autorità diplomatiche verrà messo in grado di ritornarsene a casa e riabbracciare i congiunti.

Il profugo

si allontana da uno scenario di guerra di cui subisce – incolpevole – le conseguenze. Per ovvi motivi di solito scappa con l’intera famiglia, e si ripropone di tornare a casa a ostilità terminate (vedi alla voce “profughi siriani”).

Rimedio: si accoglie il profugo, si identifica, lo si aiuta a tirare avanti provvisoriamente fino a valutare l’eventuale rientro in patria (che lui stesso desidera). Addentellato: se si sistema nel nuovo paese (lavoro, mantenimento e assimilazione nel paese ospite) non si vede motivo cogente per rompergli le scatole.

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Il migrante

è chi, non soddisfatto delle condizioni di vita del proprio paese, cerca un trattamento più di favore in altri paesi. Qui cominciano gli equivoci. Come ai nostri laureati tocca lavare i piatti a Londra, ad uno spiantato africano viene offerto di raccogliere i pomodori in Puglia o bighellonare intorno a stazioni e supermercati.

Insomma, da un tubero di tapioca in Africa allo schiavismo (mafioso) in Italia, varrebbe la pena una valutazione razionale, se non fosse che laggiù le organizzazioni negriere promettono l’Eldorado: se lì vivi con 1€ al giorno, qui te ne diamo 30 (o giù di lì). Roba che non ci dormi la notte, e rischi volentieri la vita.

La commistione della terminologia aggroviglia il dibattito:

salvare un naufrago (e allora lo porti a terra e buon rientro), ospitare un profugo (finché ne ha bisogno), traghettare un migrante che ha pagato salato (a chi?) il viaggio. A seconda di come butta la discussione, l’utilizzo di uno dei tre termini come le tre carte dei briganti negli angiporti rigenera la vis retorica ad libitum, e non se ne esce sani.

E passiamo al secondo argomento: tanto rumore per nulla.

Hanno un bel dire i detrattori: “Tanto casino per la Seawatch, intanto sono sbarcati altri millemila immigrati”. Ma certo. In primo luogo perché degli immigrati, da entrambe le parti, in realtà non importa un fico secco. In secondo luogo perchè il traghetto Africa-Lampedusa non può essere istituzionalizzato e su questo si concentra lo sforzo politico del governo e degli oppositori (cani e porci) che ci martellano quotidianamente.

Il vero problema è dunque questo:

qualcuno sa dove sono finiti i 42 “naufraghi”, “profughi”, “migranti” della Seawatch (e le centinaia/migliaia dei mesi, anni scorsi)?

In qualche C.A.R.A. permeabile? (NB le donne incinte, i minori, i debilitati della Seawatch erano stati raccolti dalle motovedette parecchi giorni prima dei fatti riportati dalla cronaca). In qualche piantagione di pomodori? Su qualche marciapiede? Sfidiamo chiunque a fornire queste informazioni: e non chiedete ad Alessandro Gassman – schiavista perfetto – che sostiene che senza l’immigrazione non avremmo le fragole sulle nostre tavole.

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