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La spigolatrice e l’involuzione della lotta politica

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Dopo un lunghissimo percorso involutivo, il dibattito politico è sprofondato ulteriormente, in modo emblematico, con la polemica sulla statua della spigolatrice di Sapri. Nelle istanze oggetto di contesa ormai, i rapporti di forza sono stati definitivamente soppiantati dall’affermazione della propria individualità.

Di Paolo Desogus

Le tante parole spese contro la statua della Spigolatrice mi pare che ci segnalino un fatto, e cioè che si stia completando il lavoro di trasferimento della lotta politica e culturale dal piano dei rapporti di forza a quello del gioco delle rappresentazioni. L’idea di politica come luogo di mediazione di istanze diverse è sempre più marginale.

Si afferma invece sempre più l’idea che la politica debba limitarsi a regolare il campo in cui i soggetti privati agiscono e si autorappresentano sulla base della propria autopercezione. Se ci fate caso le polemiche si sono infatti concentrate non sulla smisurata bruttezza della statua, ma sulla sessualizzazione del corpo femminile.

E avete voglia di ricordare la Venere di Milo o Le déjeuner sur l’herbe di Manet: là dove conta solo l’autorappresentazione, là dove la realtà è come un mega social network in cui l’individuo è come ciò che decide di apparire, tutti i simboli che in qualche modo possono deviare o mediare l’identità individuale sono considerati come ostacoli.

Lo stato, in quanto garante della dinamica sociale, deve prodigarsi nella loro rimozione. L’ideale di chi accetta questa logica dell’auto esposizione è quello di un corpo neutro, di uno spazio bianco che ognuno può riempire a proprio piacimento, esattamente come accade nel linguaggio verbale per il quale è stato ideato un nuovo uso dei simboli dell’asterisco e dello schwa.
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