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Giuseppe Conte: l’ex avvocato difensore che ha raggirato il popolo

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Giuseppe Conte è “Don Circostanza”.

di Diego Fusaro

Ho già altre volte sostenuto che Giuseppe Conte è a tutti gli effetti, politicamente parlando, un personaggio tratto dalla letteratura italiana. Ricorda ora Uno, nessuno, centomila di Pirandello, ora Il visconte dimezzato di Calvino. Ha, dunque, a che fare essenzialmente con un’apparenza indistinguibile dall’essenza, con una fenomenicità che risolve per intero l’essere e, ancora, con una doppiezza politica che è sotto gli occhi di tutti e che finisce, in ultimo, per risultare caricaturale, quasi fumettistica.

Per il Visconte dimezzato giallofucsia poco cambia essere avvocato in toga gialloverde del popolo prima e avvocato in toga giallofucsia dei mercati poi; tuonare con toni asperrimi contro il Mes e, in seguito, definirlo – con voce melliflua – praticabile, se a certe condizioni. V’è un altro personaggio della letteratura che, forse, può aiutarci a fare chiarezza sul nostro Vis-Conte dimezzato.

Ed è “Don Circostanza” di Fontamara, il capolavoro di Ignazio Silone

Quando gli abitanti di Fontamara vengono privati dell’acqua con uno spregevole raggiro burocratico, si offre Don Circostanza come loro avvocato difensore. In particolare, egli si propone come mediatore di un accordo che prevede – così scrive Silone – che “tre quarti scorrano nel nuovo letto del fiume, mentre i tre quarti del rimanente nel vecchio, cosicché ognuno abbia tre quarti”.

Giustizia è stata fatta, pensano i poveri popolani, ignari di essere stati nuovamente raggirati da chi si diceva loro difensore. Nel seguito del romanzo, di fronte alla sfrontata pretesa dell’Impresario di aver in usufrutto l’acqua per ben cinquant’anni, l’avvocato suggerisce di “ridurre il termine a soli dieci lustri”. E, in tal modo, convince i “cafoni”, come Silone appella i semplici del paese, di avere ancora una volta ottenuto un risultato a loro favorevole.

Ebbene, il nostro Don Circostanza, in abito giallofucsia

non opera poi diversamente sul piano politico: quando il popolo protesta, dacché non vuole il cappio del MES, Don Circostanza lo rassicura, spiegando che non si farà il MES, ma il MES Light prima e il Recovery Fund dopo. Mutato il nome, è del tutto secondario per i “cafoni” – così veniamo trattati quotidiniamanete – che invariata resti la sostanza.

Come nelle splendide pagine del romanzo di Silone, anche nelle oscene pagine della realtà in cui stiamo vivendo Don Circostanza finge senza posa di sostenere gli interessi del popolo, nell’atto stesso con cui persegue quelli opposti: la sua abilità avvocatizia sta nel giuoco linguistico, nel chiamare bianco il nero, bene il male, giusto l’ingiusto.

In tal modo, i cafoni, che bonariamente credono alle solenni parole dell’“esperto”, pensano di avere in lui il fidato paladino dei loro interessi. E non si immaginano, certo, che egli agisca, di fatto, come il loro peggior nemico, se è vero, come è vero, che è da temersi più di tutti – parola di Platone – chi appare giusto senza esserlo.

 

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