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Gilet arancioni, Pappalardo e capitalismo terapeutico

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In molte piazze italiane è sceso a manifestare il movimento dei cosiddetti “Gilet Arancioni”, emuli cromaticamente diversificati delle giubbe gialle galliche (gilets jaunes).

di Diego Fusaro

A Milano si è avuta la manifestazione principale. Si può pensare quel che si vuole del movimento in questione e del suo fumettistico – a partire dalla giacca arancione ostentata – Lìder Maximo, l’ex generale Antonio Pappalardo, che politicamente ha spesso rivelato di avere poche idee e confuse.

Personalmente, ritengo si tratti di un movimento che alla giusta (sia pure vaga) contestazione del globalismo mercatista e del nuovo regime terapeutico, fa seguire una confusa, contraddittoria e densa di errori proposta politica: tralasciando la superficiale e stolta dichiarazione “il virus non esiste”, scandita dai manifestanti, battersi per “abbassare il numero dei parlamentari” e per “riscrivere l’articolo 1 della Costituzione” significa, come usa dire, lavorare per il re di Prussia.

Al netto di ciò, ritengo che le masse nazionali-popolari debbano sempre essere interpretate, secondo quella che Gramsci chiamava “filologia vivente”, e mai disprezzate con boria patrizia, come ancora una volta hanno fatto giornalisti, politici e intellettuali.

Con la loro supponenza

priva di argomentazioni ma ricca di insulti, con il loro sdegnato rigetto di tutto ciò che possa provenire dal basso, gli operatori del consenso e delle superstrutture si sono rivelati, indubbiamente, assai peggiori dei manifestanti agghindati con la casacca arancione. Ma non è delle giubbe arancioni che intendo discutere. Mi preme, invece, sottolineare un altro aspetto, decisamente più importante: il nuovo capitalismo terapeutico, in nome del distanziamento sociale e delle nuove misure sanitarie, rende illegale ogni protesta di piazza e ogni manifestazione.

Una piazza può legittimamente piacere oppure no, la si può condividere o disapprovare, ma è indubbiamente un segnale preoccupante quando è messa in discussione la legittimità qua talis dello scendere in piazza. Deve essere chiaro: il “divieto di assembramento” è la nuova norma politica dell’autoritarismo terapeutico, che si legittima con l’apparente neutro discorso del medico.

Non è qui in questione, dunque, il giudizio che vogliamo dare della piazza dei “Gilet Arancioni”, ma – più in generale – il diritto di protesta e di libera manifestazione, centrale in ogni democrazia (e, anzi, tale da porsi come uno degli elementi che rendono possibile distinguere una democrazia da un regime autoritario). Ebbene, tale diritto è stato soppresso – come sempre aggirando la Costituzione – in nome dell’emergenza sanitaria, che una volta di più rivela la propria natura di metodo di governo.

Così titola “La Repubblica”:

“Assembrati e senza mascherine: saranno denunciati i gilet arancioni in protesta a Milano”. E leggo nell’articolo:

una situazione limite, su cui la questura sta già lavorando: sia gli organizzatori sia i manifestanti verranno identificati tramite le immagini e saranno denunciati per la violazione del decreto in materia di restrizioni anticovid”.

Chi scende in piazza a manifestare è identificato e denunciato: si torna, così, al capitalismo delle origini, quello che, appunto, vietava le riunioni della classe lavoratrice e ogni possibile moto di protesta diretto contro la tenuta dell’ordine dominante. “Il Fatto Quotidiano” di oggi riporta, a tal riguardo, i commenti di Beppe Sala (sindaco di Milano) e di Giorgio Gori (sindaco di Bergamo). Il primo ha dichiarato: “ho chiesto al prefetto di denunciare gli organizzatori”. E il secondo: “a Bergamo poche decine di sciamannati, ma sempre troppi. Spero che siano identificati”.

Sono parole che bene evidenziano il clima repressivo e autoritario del nuovo regime terapeutico, che del regime ha anche mutuato i moduli espressivi. A sostegno ulteriore di ciò, voglio considerare le parole che Paola Taverna, vice presidente del Senato, ha pubblicato sul proprio profilo Facebook accanto alla foto della piazza “arancione” di Milano:

La stupidità di alcuni mette in pericolo la sicurezza di troppi. Le libertà di ciascuno finiscono dove iniziano i diritti degli altri. Oggi davanti a queste immagini rivendico fortemente il sacrosanto diritto alla salute. Sono sicura che verranno assunti tutti i provvedimenti del caso, dopodiché non mi spiego davvero come tutto questo sia potuto avvenire!”.

Alcuni piccoli e telegrafici rilievi

(1) Una piazza non è mai “stupida”, che si condividano o meno le ragioni di chi la popola. Affermarlo ci riporta a un lessico politico autoritario e antidemocratico. (2) Il diritto alla salute è sacro, ma non può essere usato come alibi per negare il diritto di scendere in piazza. Equivarrebbe a dire che, in nome del diritto alla salute, si può sospendere la democrazia. Ed è appunto la base del nuovo capitalismo terapeutico, che in nome della sicurezza per le vite individuali sospende la socialità e le libertà, la Costituzione e i diritti.

A quanta democrazia possiamo rinunziare in nome della lotta al virus? Da quanta libertà dobbiamo accomiatarci per difenderci dal Covid-19? (3) “Le libertà di ciascuno finiscono dove iniziano i diritti degli altri” è il ben noto fondamento della società liberale: dove, appunto, non fa problema che accanto al multimilionario vi sia – con distanziamento sociale rispettato, nel senso più ampio – chi muore di fame. Che questo modello valga in universale fa parte di quella ideologia che sempre cerca di universalizzare falsamente l’interesse della parte.

Sulla contestazione teorica

dell’asserto poc’anzi riportato tra virgolette, restano inoppugnabili le critiche elaborate da Hegel, che non esitava a definire la libertà così intesa la più povera di contenuto, nonché la più contraddittoria. (4) I “provvedimenti del caso” diventano, eo ipso, provvedimenti politici: un tempo il capitale reprimeva le assemblee e gli scioperi dei lavoratori. Ora sta tornando a farlo, con la mediazione del virus. Mutano i mezzi e gli argomenti, invariato resta l’esito ultimo (il “divieto di assembramento”).

(5) Non è, poi, arduo capire come “tutto questo sia potuto avvenire”: lavoratori stremati, partite Iva suppliziate da lockdown e aiuti assenti, imprese lasciate morire, un governo giallofucsia incapace di supportare le classi più deboli e di impedire il tracollo delle imprese. In sostanza, la “iper-glebalizzazione” favorita dal Coronavirus e dalla pandemia della povertà ha posto in essere una situazione di scontento e di sofferenza, che si è manifestata, tra l’altro, nella tanto deprecata piazza arancione di Milano.

Insomma, in antitesi con la narrazione egemonica, non si muore solo di Covid-19 (che pure c’è ed è concretamente nocivo, con buona pace delle superficiali dichiarazioni dei “Gilet Arancioni”): si muore anche di povertà e di depressione, in sostanza per ragioni economiche oltre che per motivi sanitari.

Il sempre ripetuto motto “state a casa”

non è, evidentemente, uguale per tutti, specialmente se non tutti sono garantiti e se non tutti possono vivere come rentiers. Non ero nella piazza arancione, di cui sottolineo, anzi, i limiti e il deficit di visione politica, gli equivoci pittoreschi e i veri e propri errori interpretativi: ritengo, però, profondamente sbagliato criminalizzarla.

E reputo assai peggiore di quella piazza, comunque la vogliamo intendere, chi l’ha demonizzata, senza accorgersi – o sapendolo benissimo – che era in gioco non il singolo contenuto (in larga parte obiettivamente criticabile), ma il diritto di manifestare liberamente: ossia ciò che, in modo non marginale, distingue una democrazia da un regime autoritario.

 

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