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Quelle navi ONG al servizio del capitale: il disegno per abbassare il costo del lavoro

Contro ogni diritto del mare, le navi private deportatrici imbarcano esseri umani nelle coste della Libia destabilizzata dall’Occidente e dal suo bieco imperialismo umanitario (2011) e li deportano in massa in Italia.

di Diego Fusaro

Dico contro ogni diritto del mare, perché tale diritto prevede che i salvati siano condotti nel porto sicuro più vicino. Il quale, dalla Libia, non può essere in Italia. Perché ciò avviene? Sono navi private e la logica del privato sappiamo qual è: business is business.

Non salvare, ma fare profitto

Non integrare, ma lucrare. Non accoglienza di vite, ma tratta di nuovi schiavi. A che scopo? Chi ha interesse a questo disumano neocolonialismo postmoderno? I padroni del capitale, la classe dominante turbocapitalistica. Essa deporta nuovi schiavi dall’Africa, forza lavoro docile e supersfruttabile (campi di pomodoro, ecc.). E in tal guisa, abbassa i salari della classe operaia nel suo complesso, autoctona e migrante.

Migranti nei campi di pomodoro

 

Inoltre, la classe dominante crea scontri orizzontali tra gli ultimi. I quali, anziché lottare verticalmente contro l’alto, lottano ora in orizzontale dividendosi tra migranti e autoctoni, bianchi e neri.

Le sinistre cosmopolite

per parte loro, con i loro utili idioti al servizio del capitale, ci mettono la legittimazione culturale: elogio lacrimevole dell’immigrazione di massa, glorificazione delle navi deportatrici, delegittimazione di ogni regolamentazione (subito etichettata come autoritaria e fascista).

Ormai è, o dovrebbe essere, chiaro. Società aperta, mente aperta, porti aperti: tutto aperto, perché tutto sia svuotato. È il sogno del turbomondialismo capitalistico: la riduzione del mondo a mercato planetarizzato con libera circolazione onnidirezionale delle merci e delle persone mercificate. Il nemico non è il migrante, ma il padronato cosmopolita e i suoi cani da guardia fucsia.

 

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