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In morte di Vittorio Zucconi: penna frizzante, ma poco attendibile

La scomparsa dell’ex direttore di Radio Capital, impone un’ennesima e doverosa riflessione sul doppiopesismo che anima la crociata contro le fake news nel nostro paese.

Posto che il vilipendio di cadavere sia un’usanza detestabile (ainoi, drammaticamente praticata in questo paese) e posto che gli avversari vadano combattuti in vita e non quando di loro non rimane altro che una salma indifesa, la scomparsa di Vittorio Zucconi offre un calzante spunto di riflessione nel più ampio dibattito sulle fake news.

Nello specifico, dimostra come gli operatori dell’informazione animati da faziosità, livore e disprezzo per la divulgazione della verità possano risiedere in qualsiasi parrocchia. Con una differenza non del tutto ininfluente: che stare dalla parte giusta della barricata, può consentire una luminosa e pluridecorata carriera anche a propalatori di bufale seriali, patologici ed impenitenti.

Certo abbiamo appena terminato di dire che l’accanimento nei confronti dei defunti sia usanza macabra e degna di stigmatizzazione, ma ciò non significa che chiunque vada automaticamente beatificato dopo esser passato a miglior vita.
Al contrario, non cadere nella convenzionale retorica del cordoglio e continuare coerentemente a giudicarli per ciò che hanno prodotto durante la loro esistenza, è con tutta probabilità la più forte dimostrazione di rispetto possibile nei confronti di chi non c’è più.

E purtroppo la carriera dell’ex direttore di Radio Capital e penna di Repubblica, è stracolma di onte difficili da cancellare: si va dallo scambio di identità tra soldati russi e ucraini a seconda della convenienza, al disappunto per lo scarso scotto patito dalla popolazione siriana dopo i raid americani. Da tutti i sistematici plagi della realtà funzionali alla sua narrazione (come le devastazioni dell’Isis spacciate per bombardamenti russi su Palmira), o sulla sua stucchevole analisi politica incentrata sullo scherno e l’insulto verso l’elettorato con opinioni difformi.

Certo, solo un disonesto intellettuale potrebbe non riconoscere la penna frizzante e la prosa godibile.

Eppure, come è stato già fatto notare più volte, chiunque sia maggiormente interessato alla cura dello stile che non alla divulgazione della realtà, sarebbe tenuto ad intraprendere la carriera di romanziere: non certo quella di giornalista.

Relotius, Jewberg e gli strafalcioni dei cacciatori di fake news

Di Filippo Klement

Filippo Klement
Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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