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Milizie a Tripoli: il disegno di Macron per incastrare l’Italia

Quando si scatena il caos in Libia è ormai naturale volgere lo sguardo verso l’unico che fino a prova contraria può essere ritenuto colpevole.

La Francia.

“Perchè guardate tutti me?” sembra dire Emmanuel Macron all’indomani dell’offensiva lanciata dalla Settima Brigata contro il centro di Tripoli. E già chissà perché, si domanda l’Italia e tutti gli Stati che hanno qualche interesse in quella terra.

Milizie a Tripoli minacciano l’Ambasciata italiana

Da qualche giorno a questa parte la città di Tripoli, capitale del territorio “controllato” dal Al Serraj, è dilaniata da spari e missili. Una delle tante milizie che operano in territorio libico, la Settima Brigata per l’appunto, pare aver

Il Ministro degli Esteri Moavero insieme all’Ambasciatore italiano in Libia

sfondato le linee dell’esercito, si fa per dire, di Al Serraj. L’Ambasciata italiana, unica occidentale aperta in Libia, ancora non è stata evacuata, ma buona parte del personale è stato fatto partire.

Proseguono invece senza problemi le operazioni di Eni, visto che l’azienda italiana si avvale in quel territorio esclusivamente di personale locale. I libici, dopo sette anni di instabilità, sanno ormai muoversi in questa polveriera e non si fanno di certo intimorire da un missile in più.

La fine di Al Serraj

Tuttavia pare che Al Serraj abbia ormai le ore contate. In un ultimo tentativo di sopravvivenza il capo di Stato riconosciuto dalla comunità occidentale ha chiesto aiuto ad un’altra milizia, quella di Misurata che pare essere giunta in soccorso di Tripoli.

Una mossa che, in caso di improbabile vittoria, porrebbe comunque Al Serraj in una posizione di inferiorità rispetto a Misurata. In sostanza Al Serraj non ha più futuro in Libia. Dietro tutto a questo improvviso sconvolgimento pare esserci, come al solito, lo zampino francese.

Di questo è sicuro Andrea Margelletti, Presidente del Centro Studi Internazionali. In un’intervista per il Fatto Quotidiano l’analista sostiene che le milizie della Settima Brigata, vicine al Generale Haftar, siano state abilmente spinte da soldi e rifornimenti transalpini giunti ad hoc. L’Eliseo vuole, ancora una volta, mettere i bastoni tra le ruote ai disegni geopolitici italiani. La Libia è troppo importante per il petrolio. Ma è anche troppo importante per il passaggio dei migranti. Senza controllo del territorio le maggiori partenze metteranno sotto pressione l’Italia e il nuovo esecutivo.

Il suicidio italiano in Libia

C’è da dire tuttavia che tale situazione è anche il risultato dell’inspiegabile impasse politica di Roma, iniziata nel 2011 e non ancora terminata. La politica estera in Libia dell’Italia rappresenta infatti uno dei più azzeccati esempi di sadomasochismo diplomatico. Se in quel lontano 2011 tale cecità venne esplicitata dalle dichiarazioni dell’allora Ministro della Difesa La Russa “Il fatto che dovessimo intervenire non era nemmeno in discussione”, ora è invece rappresentata dalla continua ostinazione nel voler interfacciarsi con un solo interlocutore. Ovvero Al Serraj.

In questo c’è una netta continuità, altro che cambiamento, tra l’attuale esecutivo e quelli precedenti. Sarebbe dovuto invece apparire fin da subito imprudente pensare che un personaggio senza consenso popolare, senza il controllo dell’esercito e senza controllo del territorio (se non di una piccola parte di Tripoli) potesse sopravvivere a lungo. Un suicidio, esattamente come quell’intervento “non in discussione” di sette anni fa. Quindi ben venga incolpare la Francia e la sua volontà di potenza neocoloniale avversa all’Italia (altro che solidarietà europea). Giusto accusare Macron per aver sobillato la rivolta di Tripoli. Si dovrebbe però aggiungere un grosso mea culpa da parte di tutti i responsabili politici italiani dal 2011 ad oggi. Perchè il disastro libico è prima di tutto un disastro italiano.

Di Gabriele Tebaldi

Classe 1990, giornalista pubblicista, collabora con Elzeviro dal 2011, quando la testata ha preso la conformazione attuale. Laurea e master in ambito di scienze politiche e internazionali. Ha vissuto in Palestina, Costa d'Avorio, Tanzania e Tunisia.

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