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Di Maio e i giovani del Primo Maggio: una strana analogia

Frotte di ragazzi celebrano il lavoro, pur disprezzandolo inconsapevolmente, mentre il leader grillino invoca elezioni con il suo partito in picchiata: due simboli dei giovani avulsi dalla realtà.

Non v’è alcun dubbio che una delle licenze artistico-editoriali più odiose e più dozzinali, o forse più odiose in quanto più dozzinali, sia in assoluto l’utilizzo di un fatto di cronaca, attualità o politica come “metafora del paese”. Un accostamento spesso ridondante, forzato ed intriso di quell’incalcolabile tasso di banalità che cela, nel profondo, la scarsa attitudine dell’opinionista di turno nell’effettuare un’analisi più puntuale e pertinente sull’argomento in questione. Come dimenticare gli accostamenti tra la celebre Costa Concordia e l’Italia che affonda? O tra il suo capitano Schettino e l’incapacità della nostra classe politica? Impossibile, dato che -a dispetto dei sette anni ormai trascorsi dall’inabissamento della nave nei pressi dell’Isola del Giglio– molti dei nostri illuminanti politologi non riescono a rinnovare il loro patrimonio di “metafore del paese”.

Ora, in virtù delle convinzioni sopramenzionate, nessuno oserebbe scomodare figure retoriche in modo inappropriato. Tuttalpiù, ci si potrebbe limitare ad un riscontro. Si potrebbe sostenere come le celebrazioni per la festa dei lavoratori e le parole del leader pentastellato Luigi Di Maio, siano accomunate da un’evidente affinità: lo scarso contatto dei giovani con la realtà ed il mondo circostante.

Celebrazione senza cognizione

Da un lato, abbiamo le schiere di ragazzi che si riversano in Piazza San Giovanni e ripristinano, come ogni primo Maggio, un tatto smisurato verso quel tema che contribuiscono ad affossare e distruggere con le loro battaglie, i loro slogan e le loro priorità, durante i restanti 364 giorni dell’anno. Il concertone (una ricorrenza meramente commerciale e di costume, alla quale Marx ed Engels avrebbero preferito l’autocombustione istantanea) assembra, sotto lo stesso angolo di cielo romano, un’orda di adolescenti, musicisti e personaggi dello spettacolo impegnati in una costante apologia di tutto ciò che è negazione del lavoro.

Si comincia dall’imprescindibile centralità dei diritti civili (adozioni omosessuali, bagni per i transgender, matrimoni tra pappagalli e cormorani, nuove madrase in ogni quartiere), che marginalizzano l’importanza di quelli sociali e che denotano un’accezione di progressismo fondata sul progresso di pochi e sul disinteresse assoluto verso i bisogni della maggioranza. Si prosegue successivamente con l’esaltazione di privatizzazioni, gig economy, cessioni di sovranità, asservimento all’Europa, guerre umanitarie (solo contro i paesi non allineati all’asse atlantista) e tutto ciò di cui la globalizzazione necessita, per giungere, infine, all’intolleranza verso le frontiere ed allo spasmodico calore verso quei flussi migratori incondizionati, causa principale di concorrenza al ribasso, disoccupazione, dequalificazione ed emigrazioni forzate.

Il fiuto di Di Maio per le urne

Dall’altro lato abbiamo il fu candidato premier del MoVimento 5 stelle, che continua ad invocare un repentino ritorno alle urne per superare questa infruttuosa fase di consultazioni postelettorali. Una speranza condivisibile certo (con un’altra legge elettorale), se non fosse per il turbolento periodo vissuto dal partito di cui è leader. Di Maio infatti, sembra ignorare le indicazioni perentorie ed inequivocabili prodotte dalle elezioni regionali, dando credito a quella sensazione -già abbondantemente acclarata- di un marinaio che naviga a vista, con la programmazione ed il fiuto politico di un dilettante allo sbaraglio.

Nello spazio di pochi giorni, i grillini hanno dovuto dapprima incassare la vittoria del centrodestra in Molise, una regione che il 4 Marzo era stata parte integrante del plebiscito ottenuto dal MoVimento nel Sud Italia, per poi dover impallidire di fronte ad uno dei più impietosi cali di consenso mai registrati in un arco temporale così ristretto: il passaggio dal 24,5% delle politiche al 7,07% delle regionali in Friuli Venezia-Giulia. Un evento cataclismico certo, ma non casuale. Bensì, la logica conseguenza di chi ha compiuto un numero tale di volteggi, piroette e dietro-front, da disattendere gran parte del proprio programma senza aver nemmeno avuto il bisogno di andare al Governo.

Ebbene di fronte ad acque così tempestose, il leader pentastellato decide di gettarsi -con inconsapevole masochismo- verso un inevitabile harakiri, suffragando la tesi di un parallelismo con quei giovani che parlano impulsivamente, molto spesso a vanvera, senza un minimo di interesse per la nobile arte della contestualizzazione.

E intanto Salvini…

A fare da contraltare alla drammatica situazione dell’apprendista suicida invece, c’è Matteo Salvini, il quale, con buona pace dei suoi detrattori legittimi ed illegittimi, è senza ombra di dubbio il vincitore morale dei negoziati postelettorali.

Come dimostrato sia dai recenti sondaggi andati in onda nella trasmissione “Di martedì”, sia dall’impressionante balzo di 10 punti percentuali fatto registrare in Friuli dalla Lega -nello spazio di appena due mesi-, i rapporti di forza negli indici di gradimento sono notevolmente cambiati. Questa improvvisa metamorfosi, la quale è tutt’altro che una malia, evidenzia come in un periodo di profonda sfiducia verso gli attori della politica, siano sufficienti alcuni valori (tanto elementari, quanto nobili) come la coerenza e la fedeltà alla parola data, per acquisire credibilità ed essere premiati dal popolo italiano.

Certo, si tratta di una coerenza meramente fraseologica e con tutte le riserve che impone l’attuale situazione leghista, le quali vanno dalla applicazione pratica delle proprie ricette programmatiche, fino alle ombre sulla possibile coesistenza con Berlusconi nella coalizione di centrodestra. Solo un primo passo insomma, ma sufficiente per dimostrare un minimo di assennatezza e di puntualità politica. Un passo, questo sì, che consente a Salvini di invocare elezioni immediate con cognizione di causa e di non essere paragonato a quei giovani sprovveduti, totalmente avulsi dalla realtà circostante.

 

Filippo Klement

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