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L’impietoso raffronto tra la sinistra nostrana e quelle europee

Jean-Luc Mélenchon e Sahra Wagenknecht.

Mélenchon e la Wagenknecht solidarizzano con l’Italia dopo la bocciatura della Commissione, mentre la sinistra italiana continua a tifare spudoratamente contro la nostra sovranità.

 

Il dibattito sull’identità contemporanea della sinistra italiana è diventato oltremodo ripetitivo, nonché privo di qualsiasi ragion d’essere. Le accurate analisi sulla sua metamorfosi (involutiva o evolutiva, a seconda dei punti di vista), le differenze tra i proclami dei marxisti della prima ora e quelli della attuale socialdemocrazia europea, gli interrogativi sulle nuove priorità, i dubbi sulla truffa delle etichette in atto: tutto assolutamente inutile. Per non parlare poi delle tesi secondo cui si sarebbe formata una nuova classe politica con valori sostanzialmente liberisti di centrodestra (mascherati grazie al depistaggio del progressismo umanitario), la quale si sforza di mantenere la vecchia dicitura “sinistra” come stratagemma per lavare la propria coscienza e quella del suo elettorato più affezionato.

I partiti e le coalizioni sono liberi di scegliere le linee guida che più ritengono appropriate, così come le proprie battaglie ed i temi su cui essere più o meno rigidi: incaponirsi sul corretto posizionamento di queste forze all’interno di un emiciclo ideale, non è altro se non un esercizio politologico fine a sé stesso che predilige la forma ed annienta la sostanza. Tutt’al più, una riflessione realmente concreta ed utile per tutti gli elettori in crisi d’identità, potrebbe riguardare un sintetico raffronto tra l’approccio della sinistra nostrana e quello di altre sinistre europee.

 

La volontaria cecità di fronte al fallimento dell’integrazione

Un ritratto emblematico di quella italiana è stato delineato nelle ultime settimane. In particolar modo, per ciò che concerne le posizioni sulla disgregazione sociale, sull’integrazione e sul rapporto che lega queste due tematiche, gli ultimi giorni sono stati molto concitati. Il manipolo di santoni dell’accoglienza che si straccia le vesti per le sorti giudiziarie di Mimmo Lucano e per gli spot “suprematisti” della Uliveto, ha preso una posizione netta, accusando di sciacallaggio Salvini, dopo che quest’ultimo si è recato a Roma per far visita al luogo in cui è stata barbaramente uccisa la sedicenne Desirèe Mariottini: una reazione paradossale per chi ha salmodiato inni femministi ad ogni piè sospinto negli ultimi anni.

La contestazione riservata a Salvini nel quartiere San Lorenzo

Che il Ministro dell’Interno -al netto delle ragioni di opportunità politica- si scomodi per solidarizzare con i parenti della vittima in occasione di una simile tragedia, sarebbe del tutto normale. Almeno in linea di principio. E se anche si trattasse di sciacallaggio, non si riscontra nulla di diverso da ciò che fece l’ex PresidentA della Camera Boldrini ai tempi dell’omicidio di Fermo. O meglio, la differenza c’è e sta nella ratio della strumentalizzazione messa in atto: quella di prendere le difese incondizionate delle politiche dell’accoglienza, anche di fronte ai suoi fallimenti più eclatanti. Una linea sfacciatamente anti-italiana, che ormai è diventata principio inderogabile della sinistra di casa nostra e motivo di compiacimento dei suoi adepti.

 

Anti-italianità anche in campo economico

Una dottrina etnomasochista che si riscontra anche in campo economico. Le reazioni catastrofiste provocate dalla manovra del governo gialloverde, dalle sue proiezioni del rapporto deficit/PIL e dalla bocciatura della Commissione europea, segnano un’evidente discontinuità con la sinistra del passato. Quella che difendeva la sovranità economica delle nazioni e che non avrebbe esitato ad approvare soluzioni espansive con investimenti in deficit, pur di tentare l’uscita da una situazione di recessione stazionaria (causata anche dalla perseverante austerità imposta dalle politiche comunitarie). Una posizione che prescinde dal giudizio di merito sulla manovra dell’esecutivo e sulla probabile improduttività di alcuni passaggi. Una posizione che risponde esclusivamente alla logica di assecondare in maniera supina le direttive europee; ovvero, gli inconfutabili capisaldi di un’area politica che vede nel superamento degli stati e nella creazione di una grande amministrazione comunitaria sovranazionale, il prossimo passaggio storico obbligato.

 

La solidarietà di Mélenchon…

Il leader de” La France Insoumise”

La differenza lampante con gli approcci delle sinistre europee -quelle che non hanno paura a definirsi sovraniste- sono facilmente riscontrabili nei commenti rilasciati dai leader di due tra i più influenti partiti della suddetta area. Jean-Luc Mélenchon e Sahra Wagenknecht infatti, si sono espressi in maniera netta ed inequivocabile, dopo l’invito di Moscovici a rivedere la manovra italiana.

Secondo il segretario de La France Insoumise 

Bisogna difendere il governo italiano contro la Commissione europea, anche se non approviamo il governo italiano. Io preferisco difendere la sovranità popolare e il governo italiano. Per la prima volta la Commissione se la prende con il budget votato dal Parlamento di uno Stato che rispetta i trattati. Dal momento che non si tratta di rispettare i trattati, ma di una scelta di budget, si capisce che è una espropriazione della sovranità dei popoli, qualunque cosa pensiamo delle scelte che hanno fatto. Possiamo condannare le scelte politiche degli italiani, ma hanno il diritto di decidere quello che è il bene del loro Paese

 

E quella di Sahra Wagenknecht

Ancora più dettagliata la reazione della capogruppo di Die Linke

Il vice-presidente della formazione tedesca Die Linke, durante un comizio.

Non ho molta simpatia per il signor Salvini. Ma non è questo il punto. Questo è un governo democraticamente eletto. La legge di bilancio riguarda la sovranità dei parlamenti… Inoltre bisogna anche parlare di quanto possa essere sensato costringere a fare ulteriore austerità un paese che da dieci anni attraversa una lunga crisi economica, un paese in cui il reddito pro capite è inferiore a quello precedente l’introduzione dell’euro, ovviamente ciò contribuisce a far crollare l’economia…in primo luogo, ci sono i trattati europei: c’è un criterio del deficit del tre percento e l’Italia è al di sotto di esso. La seconda è una questione di ideologia economica, secondo la quale anche se un paese è in crisi deve comunque risparmiare per ridurre il debito. Fatto che è stato più volte confutato. Le economie non sono una cosa così semplice che se si risparmia, si riduce il debito, e se si aumenta la spesa, il debito sale. Sembrerebbe anche plausibile, ma non funziona così, perché risparmiare o spendere ha delle conseguenze per l’attività economica. L’Italia per molti anni ha cercato di ridurre significativamente la spesa pubblica. Il debito ha continuato a salire mentre l’economia crollava”.

In buona sostanza, le reazioni provenienti dal vecchio continente potrebbero tornare utili a tutti quegli elettori geneticamente di sinistra, che negli ultimi anni hanno perso la bussola, sentendosi smarriti e in crisi di rappresentanza. Senza mai dimenticare la celebre frase di Alain de Benoist

Chi critica il capitalismo approvando l’immigrazione, di cui la classe operaia è la prima vittima, farebbe meglio a tacere. Chi critica l’immigrazione restando muto sul capitalismo, dovrebbe fare altrettanto”.

Di Filippo Klement

Filippo Klement
Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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