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L’auto assassina di Uber e le follie del Progresso

L’incidente occorso in Arizona che ha coinvolto una donna e un’auto di Uber senza conducente dovrebbe ridestare le masse rispetto ai deliri del Progresso.

Il fatto

[Clicca QUI per vedere il video dell’incidente]

Siamo in Arizona, Stati Uniti, dove una donna è stata letteralmente travolta dall’auto XC90, così si chiama il modello di vettura autonoma prodotta dalla multinazionale californiana Uber. Non si tratta però di un classico incidente stradale. La macchina era infatti priva di conducente, trattandosi del modello driverless che la multinazionale sta testando. Sull’automobile era presente solo un pilota-tester che non è evidentemente riuscito a prendere in tempo in comandi del mezzo per evitare l’incidente.

Il nostro pensiero va alla famiglia della vittima. Stiamo collaborando totalmente con le autorità locali nelle indagini su questo incidente”, ha fatto sapere con un piatto comunicato l’azienda Uber. Dichiarazioni che aprono subito un dibattito giuridico non indifferente. Chi pagherà per quello che si tratta a tutti gli effetti di omicidio? Il pilota-tester? Tutti quelli che hanno lavorato alla produzione del modello? Il CEO di Uber? Difficile capire come si potrà muovere una materia giurisprudenziale che insegue tartarughescamente un progresso tecnologico che viaggia invece oltre la velocità della luce.

I poteri ipnotici del Progresso

Dagli Stati Uniti, proprio il faro delle nuove tecnologie, arriva un allarme che dovrebbe far risvegliare tutti dal sogno onirico fatto di Iphone capaci di pettinarti, auto volanti e robot pronti a travestirsi da umili domestiche. Tuttavia l’evento rischia invece di finire nel dimenticatoio ove sono riposti i comuni fatti di cronaca. Una tendenza causata proprio da una delle cause dell’incidente, ovvero il Progresso. Un concetto già semanticamente totalitario. Perché Progresso implica almeno nel suo senso letterale un qualcosa di positivo in termini assoluti, incontestabile.

Un retaggio occidentale della filosofia positivistica, che vedeva appunto nel Progresso l’unica via di salvezza possibile per l’umanità. Auguste Comte, sacerdote (come amava farsi chiamare) del positivismo, credeva ciecamente che il progresso tecnico scientifico avrebbe portato l’uomo verso un’epoca paradisiaca. Peccato che lo stesso Comte pronunciasse la sua teoria dopo aver passato un lungo periodo di detenzione presso un centro di sanità mentale.

Vedendo però come la massa occidentale sia in adorazione totemica per il Progresso, dobbiamo concludere che l’ideologia sottesa alla nostra società si sia formata dalla distorta visione di un matto furioso. Eppure questo non impedisce a migliaia di persone di accamparsi fuori dal negozio al dettaglio della multinazionale di turno, in febbrile attesa dell’uscita del nuovo utensile tecnologico.

La teoria dell’apatizzazione delle masse

È la consacrazione di quella che Paolo Barnard chiama genialmente apatia del benessere minimo. Un concetto elaborato a livello scientifico da personalità come Edward Bernays che già negli anni ‘20 teorizzava la manipolazione delle masse attraverso le nuove tecnologie (in quel caso ci si riferiva a radio, cinema e i primi beni di consumo).

Ecco secondo la teoria dell’apatizzazione le nuove tecnologie così diffuse a livello popolare non farebbero altro che acuire l’indolenza delle masse rispetto a problematiche che ne distruggono l’esistenza. Disoccupazione, cancellazione dei diritti sociali, corruzione politica e fatti di cronaca di cui sopra. Tutti grattacapi che sono abilmente eliminati con un giro sul profilo di Instagram della gnocca di turno. Oppure con un’occhiata all’Apple watch e ai suoi preziosi consigli in fatto di “quanti passi dobbiamo ancora fare per essere in linea con la nostra media giornaliera”.

I rischi dell’idolatria per il Progresso 

Tutto questo grande rincoglionimento generale ci impedisce così di interpretare il Progresso per quello che è. Ovvero un fenomeno complesso composto da rischi (per molti) e opportunità (per pochi). Il rischio di morire travolti da un’auto robot è solo la punta di un iceberg fatto di contraddizioni. C’è infatti la questione legislativa, per cui non è possibile punire direttamente l’esecutore dell’omicidio, non essendo umano. C’è poi l’ancor più problematica questione sociale.

Con la diffusione delle driverless dove potranno lavorare quelli che oggi fanno gli autisti, i tassisti o i camionisti? Problemi che vengono sviati con una leggerezza disarmante e che paradossalmente sono affrontati solo da chi il Progresso lo sta finanziando a suon di miliardi. Scopriamo infatti che le uniche denunce sulle derive sociali delle nuove tecnologie non arrivano dai sindacalisti Fiom o Cgil, ma da Jack Ma, Ceo di Alibaba, Warren Buffet, una delle persone più ricche al mondo e da Lloyd Blankfein, CEO della Banca d’affari Goldman Sahcs, sicuramente non famosa per la sua sensibilità sociale.

La disarmante saggezza degli antichi

Ancora una volta dobbiamo guardarci le spalle per capire come affrontare il futuro. Deinos era infatti il termine utilizzato dagli antichi greci per descrivere il Progresso. Una parola che sta a significare “meraviglioso” ma al tempo stesso “terribile”. Un termine che andava di pari passo con il concetto del limite, permeante tutta la cultura della Grecia classica. Togliamoci dunque dalla testa che il Progresso implichi un miglioramento totale dell’uomo e per l’uomo. Se infatti la conoscenza è cumulativa, il senso etico non lo è. Noi possiamo sicuramente saperne di più in fatto di processori, computer e cellulari rispetto alle precedenti generazioni, ma questo non fa di noi delle persone migliori dal punto di vista etico.

di P m

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