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L’antifascismo è la miglior pubblicità per l’imprenditoria “fascista”

L'editore "scomunicato" Francesco Polacchi

A pochi giorni dalle polemiche sulla presenza di Altaforte al Salone del Libro, l’intervista a Matteo Salvini ha raggiunto il primo posto nella classifica dei best-seller di Amazon. Un epilogo simile al “caso” Pivert.

 

Il bilancio della settimana che volge al termine ci mostra uno dei più inquietanti casi di distrazione di massa degli ultimi tempi. A poco più di due settimane dalle elezioni europee, il dibattito pubblico è stato quasi del tutto polarizzato da alcune polemiche dal retrogusto decisamente amarcord; laddove amarcord non è altro se non una semplice licenza eufemistica per non dire “anacronistico” e far finta di conferire un briciolo di fascino ad eventi che ne sono assolutamente privi.

Stranamente, nel primo periodo in cui i miti segnali di ripresa economica (crescita della produzione industriale, occupazione tornata ai livelli pre-crisi, assestamento del tanto temuto spread) non consentono alcun allarmismo mediatico, in cui l’esecutivo dovrebbe dare una spiegazione sulle scellerate decisioni geopolitiche che hanno condotto all’aumento delle accise sui carburanti e, soprattutto, in cui i partiti dovrebbero raccontarci come intendono cambiare – o distruggere – questo cadavere putrescente che chiamano Europa, televisioni e giornali sono stati monopolizzati da due polemiche degne dei peggiori corridoi liceali: legalizzazione della cannabis e faide tra fascisti ed antifascisti.

 

L’autolesionismo comunicativo

Delle seconde tuttavia, dovremmo essere in qualche modo lieti; se non altro, per aver mostrato alcuni sviluppi intrinsecamente esilaranti di quelle che un tempo erano le nobili arti della strategia e della comunicazione politica. Una disciplina che ormai, per la sinistra, porta ad un inesorabile harakiri (figura retorica ultrainflazionata, ma che ai loro intellettuali piace moltissimo) ogniqualvolta venga applicata.

L’ultima occasione nella quale l’universo culturale progressista ha deciso gettare in avanti l’asticella dell’autolesionismo comunicativo, è stata offerta dalla inaudita gazzarra degli scorsi giorni. Quella che ha reso imprescindibile per la loro intellighenzia un moto collettivo di indignazione di fronte alla presenza dei fascisti al Salone del Libro; come se Franco Freda, le Edizioni Barbarossa e Settimo Sigillo non avessero mai preso parte alla kermesse torinese.

 

Il precedente di Pivert

Matteo Salvini e il giubbotto griffato “Pivert”

Il vespaio sollevato dai sedicenti unici depositari della cultura del belpaese, non solo non ha vietato lo sbarco dei “fasci” alla più importante fiera libraria italiana (in quanto, come appena sottolineato, trattasi di fatto già ampiamente sdoganato), ma è stato anche il miglior regalo possibile offerto agli eretici da scomunicare. L’unico effetto generato dalla polemica e dalla smania di censura infatti, è stato quello di un proverbiale megafono pubblicitario, il quale ha moltiplicato a dismisura la visibilità della casa editrice incriminata (Altaforte) e del libro della discordia (su Salvini), consentendo all’intervista di Chiara Giannini di agguantare, in un paio di giorni, la vetta della classifica dei bestseller su Amazon.

Un suicidio comunicativo e politico che, contrariamente a quanto si possa credere, vanta un precedente nemmeno troppo datato; a riprova del fatto che gli errori del passato non sembrano essere mai sufficientemente pedagogici per i professionisti dell’antifascismo immaginario. Meno di un anno fa infatti, i medesimi personaggi cavalcarono una protesta ancor più surreale per via di un giubbotto (della fascistissima Pivert) indossato da Salvini durante la finale di Coppa Italia. Il risultato? Neanche a dirlo, il marchio – reo di essere vicino a CasaPound – dovette scusarsi con i suoi clienti per via di un rallentamento del sito, dovuto a sua volta ad un imprevisto ed improvviso boom di visite ed ordini online. In conclusione, la morale della favola è la seguente: se doveste mai aprire un’azienda nell’anno del Signore 2019, il miglior consiglio che vi si può recapitare per ottimizzare i profitti è quello di farvi additare come pericolosi imprenditori nostalgici.

Di Filippo Klement

Filippo Klement
Classe 1990, ha studiato giurisprudenza, a latere un vasto interesse per la storia contemporanea e la politica.

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