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La Turchia gioca la carta Daesh su potenziali sanzioni UE

Ankara potrebbe bloccare improvvisamente i negoziati in essere con l’Unione Europea: Erdogan ha lanciato la sua minaccia.

Con la Turchia che ha cominciato il processo di espulsione dei prigionieri di Daesh rinchiusi nelle sue carceri il giorno lunedì 11 novembre 2019, diretti questi ultimi verso l’Europa, la questione è stata ricondotta all’agenda bilaterale fra Ankara e l’UE, le cui relazioni sono state messe in tensione dalla recente incursione militare turca nel nord della Siria.

La politica di espulsione adottata dalla Turchia porterà probabilmente ad una nuova linea diplomatica di colpa con gli alleati di Ankara in Europa. Martedì 12 novembre 2019, Recep Tayyip Erdogan ha acceso nuovamente le polveri delle questioni riguardanti i combattenti di Daesh e la problematica dei rifugiati, contro i progetti pianificati da Bruxelles per sanzionare la Turchia a causa delle sue attività di perforazione nel Mediterraneo. Erdogan, implicitamente, ha minacciato di rilasciare tutti i prigionieri di Daesh che detiene, per rimandarli in Europa [ove vogliono tornare e da dove sono partiti].

«Attenta, Unione Europea, noi abbiamo quattro milioni di rifugiati, abbiamo dei terroristi dell’ISIS in custodia nei territori compresi fra Turchia e Siria. Potremmo anche interrompere improvvisamente i negoziati per la nostra adesione. L’UE dovrebbe stare molto attenta»,

ha avvertito il Sultano. Aggiungendo: «Alcuni Paesi hanno iniziato a farsi prendere dal panico dopo che abbiamo principiato il processo di rimpatrio dei terroristi stranieri di Daesh. La Turchia si è preoccupata e fatta carico di questo problema per anni, ed ora lascerebbe volentieri che siano gli altri ad occuparsene».

Il pacchetto di sanzioni dell’UE intende «sanzionare le persone o le entità responsabili, o comunque coinvolte, in attività di trivellazione non autorizzate di idrocarburi».

L’ondata di espulsioni da parte della Turchia era cominciata con tre prigionieri dell’ISIS: un tedesco, un danese ed un americano. Il 28enne cittadino danese è stato arrestato al suo arrivo all’aeroporto di Copenaghen, mentre anche l’ex combattente tedesco è stato espulso. Il membro americano di Daesh è invece rimasto bloccato nella terra di nessuno al confine fra Turchia e Siria sin da lunedì 11 novembre 2019, dal momento in cui le autorità greche gli hanno negato l’accesso nel Paese ellenico. Dozzine di altri foreign fighters che hanno militato e combattuto per l’ISIS dovrebbero essere espulsi nel corso delle prossime settimane. Tra questi ci sono ex combattenti destinati a Germania, Francia ed Irlanda.

Il destino dei combattenti stranieri di Daesh è stato un argomento controverso sin dalla sconfitta di questo gruppo terroristico in Siria ed Iraq. Martedì 12 novembre 2019 il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto un’ulteriore cooperazione internazionale per risolvere tutte le questioni relative ai cosiddetti foreign fighters.

La Turchia ha circa 2.500 militanti jihadisti nelle sue prigioni.

Secondo gli standard internazionali, Ankara dovrebbe rimpatriare i combattenti di Daesh che sono stati sequestrati, catturati ed imprigionati nei territori turchi, mentre quelli che sono stati presi in Siria in territori al di fuori del controllo governativo di Bashar al-Assad pongono in essere dei problemi giudiziari. Tuttavia, la Sublime Porta ha addossato colpe e responsabilità ai Paesi europei, per essere stati troppo lenti a reclamare i loro cittadini che si erano uniti all’ISIS.

Sebbene alcuni Paesi europei come la Germania, la Danimarca ed il Regno Unito abbiano revocato la cittadinanza a coloro che si sono uniti a Daesh, con il fine di impedirne il ritorno, la Turchia è determinata ad inviare anche quei sospettati di Daesh a cui è stata revocata la cittadinanza. Il Ministro degli Interni turco, Suleyman Soylu, ha recentemente affermato che «la Turchia non è un hotel per jihadisti stranieri», anche se essi sono legalmente e di fatto apolidi. Ankara e Parigi hanno rigorosi accordi bilaterali per le procedure di espulsione, che consente alle autorità francesi di rimpatriare i terroristi.

Suleyman Soylu, Ministro degli Interni turco

In ogni caso, Nihat Ali Ozcan, un maggiore dell’esercito in pensione che ora lavora come analista della sicurezza presso il think tank TEPAV con sede ad Ankara, ha dichiarato:

«Usualmente, in un processo è difficile dimostrare che i membri dell’ISIS hanno commesso dei crimini, perché di solito le condanne non hanno prove a sostegno».

La pena media per i combattenti che rientrano nei Paesi europei è di circa cinque anni di reclusione, una cosa che genera gravi minacce alla sicurezza interna, nel momento in cui i cittadini europei rimpatriati non possano passare attraverso un processo di riabilitazione che sia efficiente ed efficace.

Nelle ultime settimane, la Turchia ha arrestato molte persone vicine al’ex leader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi, recentemente ucciso durante un raid aereo degli Stati Uniti. Erdogan dovrebbe aver discusso il destino dei combattenti di Daesh durante l’incontro con il suo omologo americano Donald Trump a Washington DC mercoledì 13 novembre 2019.

Il processo di espulsione segna un’altra rottura nelle relazioni fra Bruxelles ed Ankara, dal momento che in ottobre del 2019 alcuni Paesi europei hanno dato vita ad un embargo in merito alla vendita di armi alla Turchia, per la sua incursione militare nel nord della Siria.

Paul T. Levin, Direttore dell’Institute for Turkish Studies all’Università di Stoccolma, in Svezia, ha asserito ad Arab News:

«L’ironia della parziale invasione, da parte della Turchia, del nord-est della Siria è che Ankara adesso si trova nella medesima situazione delle milizie YGP dei curdi siriani che essa stessa ha combattuto. Ora, ambedue sono bloccati con un certo numero di combattenti di Daesh e relative famiglie in custodia, chiedendo all’Europa e ad altri Paesi di riportare indietro i loro cittadini».

Levin ha affermato che la Turchia ha una comprensibile preoccupazione per il rifiuto degli Stati europei di assumersi la responsabilità sui “loro” combattenti dell’ISIS. «Dato che questi Paesi non sono disposti a fare molto per aiutare la Turchia o, più acutamente, le YGP, c’è un legittimo bisogno di insistere sulla questione. E la Turchia ha un certo sostegno nel diritto internazionale per chiedere agli Stati da cui i combattenti sono partiti di riprenderseli», ha detto.

Levin ha aggiunto inoltre che è particolarmente problematico il fatto che la minaccia di inviare combattenti di Daesh in Europa arrivi come risposta alle sanzioni dell’UE contro la Turchia su una questione completamente separata. Ha affermato, e concluso:

«Ciò suggerisce che potrebbe essere meno interessata ad una soluzione comune al problema dei combattenti dell’ISIS catturati, piuttosto che ad essere in grado di usarli come leva nelle controversie di politica estera».

Articolo originale di Menekse Tokyay su Arab News – Traduzione a cura di Lorenzo Franzoni

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Di Lorenzo Franzoni

Lorenzo Franzoni
Nato nel 1994 a Castiglione delle Stiviere, mantovano di origine e trentino di adozione, si è laureato dapprima in Filosofia e poi in Scienze Storiche all'Università degli Studi di Trento. Nella sua tesi ha trattato dei rapporti italo-libici e delle azioni internazionali di Gheddafi durante il primo decennio al potere del Rais di Sirte, visti e narrati dai quotidiani italiani. La passione per il giornalismo si è fortificata in questo contesto: ha un'inclinazione per le tematiche di politica interna ed estera, per le questioni culturali in generale e per la macroeconomia. Oltre che con Elzeviro.eu, collabora con il progetto editoriale Oltre la Linea dal 2018 e con InsideOver - progetto de il Giornale - dal 2019.

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