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La magistratura e l’erosione dello stato democratico

Il giudice Luca Palamara, al centro dello scandalo CSM.

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Lo Stato democratico si fonda essenzialmente su tre pilastri: il principio democratico, la sovranità popolare e la separazione dei poteri. Tutti tasselli che stanno andando verso una progressiva erosione.

di Giuseppe Palma

Siamo l’unico Paese al mondo in cui, essendoci una legge elettorale che prevede espressamente la possibilità per due o più liste di partecipare alle elezioni politiche in coalizione, proprio la coalizione che ha vinto le elezioni – seppur solo con la maggioranza relativa dei voti – è rimasta fuori dal governo. Neppure una sola lista della coalizione di centrodestra, che il 4 marzo 2018 aveva ottenuto la maggioranza relativa dei voti e dei seggi, oggi siede al governo. Unico caso nel mondo occidentale.

Certo, siamo una repubblica parlamentare in cui le maggioranze si formano in Parlamento, ma ciò non può prescindere dal dato elettorale nel quale risiede la sovranità del popolo, anche a seconda dei meccanismi elettorali tipizzati nella legge elettorale. Inoltre è evidente – soprattutto in questo periodo – lo scollamento drammatico tra Paese reale (cittadini, lavoratori, partite Iva e imprese) e Paese legale (governo e maggioranza parlamentare).

Per quel che riguarda la sovranità popolare, le cose stanno addirittura peggio: i processi democratici e decisionali si sono spostati a livello sovranazionale all’interno della sovrastruttura europea, dove peraltro il Parlamento europeo – l’unica istituzione eletta direttamente dai cittadini – non esercita l’iniziativa legislativa e solo parzialmente la funzione legislativa, che divide col Consiglio dell’Ue, un organismo non eletto e composto dai ministri degli Stati membri competenti per materia da trattare.

Per quanto concerne la separazione dei poteri – teorizzata nella storia moderna da Montesquieu – potere legislativo, esecutivo e giudiziario devono essere tra loro distinti e separati in modo tale che nessuno prevalga sull’altro. Secondo il nostro assetto costituzionale, la magistratura non è nemmeno un potere ma solo un ordine, come del resto stabilito dall’art. 104 della Costituzione e come più volte ribadito dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Purtroppo negli ultimi ventotto anni la magistratura ha assunto le vesti di super-potere dello Stato ed ha determinato – tanto direttamente quanto indirettamente – la politica del nostro Paese, talvolta sostituendosi anche agli altri due poteri.

La vera casta di intoccabili non è più la politica ma la magistratura. Da ultimo, tanto per citare un caso, le intercettazioni dei messaggi su WhatsApp tra alcuni magistrati che – parlando dell’attuale leader dell’opposizione Salvini (in quel tempo ministro dell’interno) – lo definiscono una “merda” e, nonostante ammettano che abbia ragione – scrivono che bisogna comunque attaccarlo, in ogni caso. Una vergogna che, in qualsiasi altro Paese, avrebbe giustificato quantomeno l’azzeramento del CSM. E invece nulla, per i partiti di maggioranza – che di questo schifo ne sono complici – è tutto normale. Nulla di nuovo, è dai tempi di Tangentopoli – e poi di Berlusconi – che i giudici fanno politica attiva. E continuano a farla.

Tutto questo ha drammaticamente minato le basi dello Stato democratico, che vive purtroppo la sua uscita di scena. Quello che verrà, forse, sarà uno “stato di polizia” e/o uno “stato terapeutico”, dove la politica sarà ancora più debole di quanto non lo sia da quasi trent’anni. A governare ben presto sarà la diarchia tecnici-giudici, con la politica e la democrazia che avranno perso di forza e addirittura di significato. È una sconfitta per tutti, ma nel frattempo proprio quel “tutti” fa finta di niente. Non sarà il virus ad ucciderci ma la nostra incapacità di difendere lo Stato democratico.

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