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Italia inadempiente o… Europa invadente?

I partiti “sovranisti” – che in campagna elettorale annunciavano in ogni sede che era indispensabile lasciare quanto prima possibile Euro e UE – dopo il gran caos Brexit guarda caso hanno semplicemente rimosso dalla propria agenda questo tema, stemperando molto i toni.

Che l’Europa sia da riformare in modo incisivo e *senza ulteriori ritardi* lo si dice anni, ma se tutto il tempo perso tentando di criticare o peggio affossare il grande progetto UE certi politici l’avessero speso per riformarlo, a quest’ora realmente avremo “un’altra Europa”.

La risposta è stata forte, sia pro che contro tale ragionamento, ora l’attenzione si volga alla presunta “invadenza” delle istituzioni Europee, alla “sconcertante inadempienza e cronica inefficienza” dellItalia, traendo spunto dalla messe di dati forniti dalla “Dataroom” del Corriere della Sera.

L’Italia ha dato molto all’Unione Europea, è vero, solo nel 2017, circa 4,4 miliardi in più di quanto abbia ricevuto da Bruxelles; stesso dicasi, circa, per gli anni precedenti.

Il “dare” si decide in base ai Trattati da cui è nata l’Unione, e il Bilancio UE è definito da un piano della durata di 7 anni: ogni anno, ogni Stato versa a Bruxelles un contributo basato sul reddito nazionale lordo, su alcuni dazi doganali, su un’aliquota Iva, e così via, e Bruxelles a sua volta ricambia erogando fondi come sostengo allo sviluppo dei Paesi membri.

Un sistema efficiente di redistribuzione di parte del PIL, insomma. Nel piano 2014-2020, ad esempio, la UE ha stanziato a favore dell’Italia 42,7 miliardi che, aggiunti a 30,9 miliardi di co-finanziamento nazionale, prefigurano 73,6 miliardi da investire in programmi di occupazione, crescita, tutela dell’ambiente, agricoltura. Dopo la Polonia, l’Italia è il Paese Ue cui Bruxelles ha assegnato più soldi: ma – sorpendentemente – è anche il sestultimo per capacità di spesa: fino allo scorso ottobre abbiamo speso solo il 3% dei fondi disponibili, e la Commissione Europea scrive: “Se una somma stanziata a favore di un dato programma non viene ritirata entro la fine del secondo anno a decorrere dall’approvazione dello stesso, tutte le somme di denaro non versate non saranno più disponibili per quel programma”.

A Napoli,

ad esempio, potrebbero essere revocati i fondi già stanziati per la linea 6 della metropolitana (98 milioni), e quelle per la via Marina (16 milioni), come anche, in Piemonte, gli 813 milioni per la TAV. Nel gennaio 2018 il Tribunale della Corte di Giustizia UE ha confermato il taglio di 380 milioni dal totale di 1,2 miliardi del Fondo sociale Ue per la Sicilia.

Ecco alcune irregolarità citate dai giudici: “Progetti presentati dopo la scadenza dei termini; progetti non ammissibili alle misure per le quali erano stati dichiarati; spese relative al personale non correlate al tempo effettivamente impiegato per i progetti; consulenti esterni privi delle qualifiche richieste; spese non attinenti ai progetti, spese contabilizzate in modo inappropriato; violazione delle procedure di appalto e di quelle per la selezione di docenti, esperti e fornitori…”.

No comment.

In generale, la Corte dei Revisori UE nel Rapporto 2018 scrive: “Sulla programmazione 2007/2013 l’Italia ha accumulato 950 milioni di fondi non impiegati e progetti sospesi, e in questo è seconda in Europa dopo la Romania; il 68% dei grandi progetti italiani aveva errori di pianificazione o di conoscenza del mercato interno, e il 51% insufficiente valutazione dell’impatto ambientale e copertura finanziaria”.

Ce la caviamo bene – scrive il Corsera – anche con le frodi: le segnalazioni di irregolarità riguardanti Roma giunte dall’OLAF (l’autorità anti-frode di Bruxelles) sono quintuplicate fra il 2007 e il 2013, e solo nel 2017 si è passati da 927 a 1227.

Inoltre, l’Italia non è abbastanza presente a Bruxelles,

e spesso non ci siamo ai tavoli più importanti dove si decide, soprattutto nei progetti transnazionali che calamitano i fondi diretti più ingenti, dove devi dimostrare di avere un sistema-paese che può lavorare bene in un network; non molti nostri politici parlano bene l’inglese o il francese, in più i Ministri italiani preferiscono restare nei loro collegi elettorali piuttosto che andare alle riunioni di Bruxelles, dove, se invece ci fossero, potrebbero negoziare in favore dell’Italia.

In poche parole, lo sport nazionale dei nostri politici è parlar male dell’Europa,

anche senza conoscerne i meccanismi, dai cortili di casa, invece che lavorare concretamente con i rispettivi Europarlamentari per cambiarla e migliorarla, questa Europa. Come sempre, invece che lamentarsi, forse occorrerebbe smetterla di truffare, raggirare, sprecare tempo, perdere opportunità, e passare a un approccio serio su tematiche così importanti come queste…

Giulio Terzi di Sant’Agata

Di Redazione Elzeviro.eu

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