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Arriva la Greta Tax: l’ennesima trovata per massacrare la classe media

Giubilano le prime pagine dei giornali mainstream facendo seguito all’annuncio del Governo francese sull’introduzione della cosiddetta Greta Tax sui biglietti aerei.

di Gabriele Tebaldi

Eco tassa, o Greta Tax, in “onore” di Greta Thunberg, sono i nomi politicamente corretti scelti dall’esecutivo francese nel tentativo di far indorare l’ennesima pillola amara ai cittadini: ovvero un ulteriore aumento delle tasse. Sapevamo che sarebbe potuta finire così l’osannata riscossa dei giovani contro il cambiamento climatico.

Avevamo lanciato da tempo l’allarme sul fatto che “accodarsi ad un’adolescente significasse ragionare come un’adolescente“. Ed eccoci qua, mentre il disegno si sta lentamente compiendo.

Viene creato il fenomeno Greta

per farci credere che tutti i nostri problemi siano riconducibili dal cambiamento climatico. Una sfida che richiederebbe una corsa contro il tempo e che ci potrebbe costare la vita. Ecco che l’unico modo per salvare il pianeta, salvare il clima e salvare la vita delle future generazioni diventa aumentare le tasse e di conseguenza il costo della vita per la classe media.

Emmanuel Macron insieme a Greta Thunberg

E già, perché in preda a questo delirio di onnipotenza tipico di chi è convinto di stare dalla parte del Vero, non ci si è accorti che la bastonata tariffaria sulle compagnie aeree ha avuto, per ora, un solo effetto: l’aumento del prezzo del biglietto. La Greta Tax colpirà quindi indiscriminatamente l’universo variegato del ceto medio: dal piccolo imprenditore che vuole avviare un’attività all’estero, al semplice operaio che vorrebbe solo portare la sua famiglia in vacanza dopo un anno di sacrificio.

Ancora una volta nessuno si è accorto di come il potere abbia gestito il fenomeno Greta in funzione dei suoi interessi: comprimere ulteriormente il potere d’acquisto del ceto medio, rendendone la vita ancora più difficile. C’è poi da considerare un altro paradosso evidente all’interno di questa vicenda.

La via d’uscita proposta da Greta

non è infatti altro che una riproposizione semplificata di quella corrente divenuta famosa con il nome di “decrescita felice” e che ebbe, tra i grillini, alcuni dei suoi esponenti di punta in Italia. Ecco, ci chiediamo, come mai il circuito mainstream abbia deriso fino all’altro ieri l’idea di decrescita felice, arrivando a bollarla spesso come fantasia di menti complottiste, quando invece un’idea del tutto analoga, quella di Greta, è stata applaudita come una scoperta al pari della teoria della relatività di Einstein?

La realtà è che entrambe le visioni, pur riconoscendo alla “decrescita felice” una maggiore elaborazione,  non sono riuscite a creare un modello ideologico in grado di contrastare la vera causa delle ingiustizie di oggi (tra cui il cambiamento climatico): ovvero il sistema di produzione capitalista. Perché è l’economia basata sull’accumulo continuo, sullo sfruttamento senza sosta e certamente anche sull’apertura sconsiderata delle frontiere, ad aver contribuito all’aumento esponenziale dell’inquinamento del globo terrestre: dall’Alaska all’Australia.

Il cambiamento climatico non è quindi il problema, ma è una componente, certamente importante, dello stesso. Iper tassare la classe media, come la Greta Tax si propone di fare, non può’ essere quindi la soluzione, che invece deve arrivare da un ripensamento totalitario dei principi che regolano l’economia e la finanza globale. Non dobbiamo quindi porci melanconicamente la domanda se siamo in tempo per cambiare. La domanda da porci invece è se siamo del tutto consapevoli che l’attuale sistema di potere è arrivato ad un livello di controllo talmente elevato da essere in grado di creare finte battaglie antagoniste, ma che non fanno altro che rafforzare il sistema esistente.

 

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Di Gabriele Tebaldi

Gabriele Tebaldi
Classe 1990, giornalista pubblicista, collabora con Elzeviro dal 2011, quando la testata ha preso la conformazione attuale. Laurea e master in ambito di scienze politiche e internazionali. Ha vissuto in Palestina, Costa d'Avorio, Tanzania e Tunisia.

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