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Goodbye Afghanistan, lo schiaffo di Trump ai pacifinti

Dopo la Siria è il turno dell’Afghanistan. Prosegue quindi a spron battuto l’esodo delle truppe americane impegnate in estenuanti e incompiute missioni all’estero.

Il disimpegno militare degli Stati Uniti trova la sua unica fonte e origine nella Casa Bianca e nel suo attuale inquilino. Donald Trump è infatti il principale artefice di questa rivoluzione copernicana della politica estera a stelle e strisce che, come già scritto su Elzeviro, si pone in netta discontinuità con quanto fatto dai suoi predecessori.

Cosa prevede l’accordo tra talebani e Stati Uniti

Sembrerebbe infatti essere molto vicina la chiusura di uno storico accordo tra il Pentagono e i talebani afghani. Come confermato dal New York Times, le due controparti si sarebbero incontrate a Doha per limare alcuni dettagli e garantire così un’onorevole uscita agli americani. Sintetizzando, l’accordo prevede che:

  1. Gli Stati Uniti dovranno garantire un ritiro completo del loro contingente da tutto il territorio afghano;
  2. I talebani si impegneranno a intavolare seri negoziati con l’attuale governo afghano presieduto da Ashfar Ghani;
  3. I talebani si prenderanno carico della lotta contro le infiltrazioni terroristiche nel Paese, in particolare Al Qaeda e Stato Islamico.

Quest’accordo rappresenta un cambio completo della prospettiva e della narrazione con cui finora era stato analizzato il conflitto in Afghanistan, soprattutto dal circuito mainstream. I termini della resa americana confermano invece quelle analisi “alternative” che in tempi non sospetti erano state ridicolizzate o bollate come “complottiste”.

I talebani, un movimento di liberazione nazionale

Un raro scatto del Mullah Omar, leader spirituale del movimento talebano in Afghanistan.

Non possiamo non citare in questo caso il giornalista e scrittore italiano Massimo Fini, da sempre apertamente contrario alla missione militare in Afghanistan (e a tutte le altre operazioni americane nel mondo). Fini ha sempre infatti sostenuto la tesi secondo cui il movimento talebano non debba essere assimilato ad un semplice movimento terroristico, ma debba essere in realtà descritto come una legittima forza di liberazione nazionale.

A sostegno di questa tesi è infatti da segnalare come lo stesso movimento goda tutt’ora di un largo consenso tra la popolazione afghana, fattore che permette ai talebani di avere il controllo di oltre la metà del territorio del Paese. Un fatto sorprendente se si tiene in considerazione che l’esercito più forte e tecnologico del mondo, quello degli Stati Uniti, sia presente in quei territori da circa 18 anni.

Un argine contro l’Isis e Al Qaeda

Inoltre l’obiettivo principale dei talebani, come dichiarato dai loro stessi leader, è semplicemente quello di liberare il Paese dalla potenza occupante. Non c’è traccia di jihad internazionale o guerra santa extraterritoriale nei propositi talebani. Una differenza sostanziale che traccia un confine netto tra il movimento afghano e organizzazioni terroristiche come Isis e Al Qaeda. Tale assenza di punti di contatto ideologici si è poi trasformata in vero e proprio scontro armato con lo Stato Islamico, penetrato in Afghanistan. A tal proposito il Mullah Omar, leader deceduto dei talebani, aveva scritto una lettera all’autoproclamato Califfo al Baghdadi, invitandolo a uscire dal suo Paese.

Truppe sovietiche abbandonano l’Afghanistan. Era il 1989. La stessa sorte toccherà agli Stati Uniti trent’anni dopo.

 

Trump e i suoi strateghi hanno dunque deciso di osservare i fatti con quella dose di realismo necessario in certi frangenti. La guerra è persa, i talebani controllano la maggior parte del territorio e la presenza americana ha un costo, umano ed economico. Trump ha scelto la soluzione più logica, ovvero quella di andarsene e lasciare le sorti dell’Afghanistan in mano a chi ne ha pieno diritto: ovvero gli afghani.

 

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Di Gabriele Tebaldi

Gabriele Tebaldi
Classe 1990, giornalista pubblicista, collabora con Elzeviro dal 2011, quando la testata ha preso la conformazione attuale. Laurea e master in ambito di scienze politiche e internazionali. Ha vissuto in Palestina, Costa d'Avorio, Tanzania e Tunisia.

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