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Golpe in Venezuela, (ancora) gli Stati Uniti dietro

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C’è una situazione surreale in Venezuela dopo che il leader dell’opposizione Juan Guaido si è autoproclamato Presidente del Paese. 

Una procedura repentina, improvvisa e per questo più che sospetta. Dal giorno alla notte Guaido ha infatti deciso di proclamarsi Presidente del Venezuela davanti ad una folla raccolta di sostenitori.

Gli Stati Uniti in prima fila nel supportare il leader dell’opposizione

Una dichiarazione che ha avuto un immediato, e sempre sospetto, consenso da parte degli Stati Uniti, che per tweet di Donald Trump, hanno riconosciuto la legittimità di tale nomina.

Il tweet con cui Trump riconosce Juan Guaido come Presidente del Venezuela.

 

Dopo Washington sono arrivati altri riconoscimenti a cascata, prima da parte del Canada poi da diversi Paesi dell’America latina, tra cui il Brasile di Bolsonaro. D’altra parte Nicolas Maduro ha immediatamente parlato di fronte al popolo dal balcone presidenziale invitando la delegazione diplomatica americana a lasciare il Paese entro 72 ore.

Transizione o guerra civile?

Ciò che sorprende è la totale assenza di qualsiasi procedura democratica o elettiva per il riconoscimento di legittimità di Guaido. Un problema non da poco, soprattutto per quei Paesi terzi che come gli Stati Uniti, si sono più volte espressi a favore di una transizione democratica del Venezuela.

Invece, in luogo di un blando passaggio verso un sistema democratico sembra essere pronto il più classico dei golpe, con il rischio di vedere il Paese sprofondare in una guerra civile. D’altronde questo è il destino che spesso hanno incontrato quei Paesi, dove gli Stati Uniti hanno esercitato la loro perentoria ingerenza. Sia sufficiente gettare uno sguardo su cosa siano ora Libia, Siria, Iraq e Afghanistan.

 

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Stati canaglia contro mondo “libero”

 

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Di Gabriele Tebaldi

Gabriele Tebaldi
Classe 1990, giornalista pubblicista, collabora con Elzeviro dal 2011, quando la testata ha preso la conformazione attuale. Laurea e master in ambito di scienze politiche e internazionali. Ha vissuto in Palestina, Costa d'Avorio, Tanzania e Tunisia.

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